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Lee Cronin – La Mummia: un horror feroce che punta tutto su tensione, famiglia e disgusto

Lee Cronin La Mummia
Lee Cronin – La Mummia: un horror feroce che punta tutto su tensione, famiglia e disgusto (screenshot Instagram @theatomicmonster) - Occhisulcinema.it

Lee Cronin prende uno dei mostri più famosi del cinema e lo trascina lontano da ogni fascino esotico o romantico, costruendo un horror duro, sporco e spesso disturbante che trova la sua forza non solo negli eccessi visivi, ma soprattutto nel modo in cui trasforma una tragedia familiare in un incubo sempre più soffocante.

La prima cosa che colpisce di Lee Cronin – La Mummia è la volontà di segnare subito un confine netto con il passato. Qui non c’è spazio per l’avventura classica, per il gusto del fantastico o per l’ambiguità seducente che in altre versioni aveva accompagnato il mito della mummia. Cronin sceglie invece una strada più cupa, più fisica, più aggressiva, e la percorre fino in fondo senza alleggerire davvero il colpo.

Una sparizione che diventa un incubo domestico

Il film ruota attorno alla scomparsa di Katie Cannon, figlia di un giornalista, sparita nel deserto e ritrovata otto anni dopo in circostanze che aprono subito la porta all’orrore. Da lì in avanti la storia non si limita a inseguire il mistero della sua ricomparsa, ma si concentra su una famiglia ferita, spezzata, incapace di riconoscere davvero ciò che sta tornando a casa. È una scelta intelligente, perché dà alla materia horror una base emotiva più solida del semplice shock.

Il merito di Cronin sta proprio qui: l’eccesso visivo non viene usato come trucco per coprire il vuoto, ma come estensione di un malessere che cresce scena dopo scena. Il film sa essere brutale, sa cercare il disgusto, ma non perde mai del tutto il filo del racconto. E per un’opera che punta così tanto su gore, possessione e deformazione del corpo, non è un dettaglio da poco.

Violenza, tensione e dettagli messi al posto giusto

Chi conosce già il cinema di Cronin ritroverà una certa idea di messinscena fatta di impatto, pressione continua e immagini costruite per lasciare un segno fisico nello spettatore. La Mummia conferma questa direzione e la spinge ancora di più verso una dimensione sgradevole, quasi irritante nel senso voluto del termine. Il film cerca il fastidio, lo prepara e lo usa come linguaggio.

Funziona anche il modo in cui la componente mystery viene intrecciata alla deriva orrorifica. Non tutto vive soltanto di urla, sangue e corpi alterati: c’è una traccia investigativa che accompagna la vicenda e che aiuta il racconto a non diventare una semplice sequenza di estremi. In questo equilibrio trova spazio anche il lavoro del cast, con Natalie Grace al centro di una presenza inquietante che regge gran parte del peso del film.

Un horror che non cerca di piacere a tutti

Il punto più interessante è che Lee Cronin – La Mummia non prova ad addolcirsi per risultare più facile o più larga come proposta. Non ammicca, non cerca il compromesso e non si preoccupa troppo di risultare eccessivo. Per alcuni spettatori sarà proprio questo il suo limite, perché in diversi momenti il film sembra compiacersi della propria ferocia e non sempre riesce a trasformare quell’insistenza in vera originalità.

Eppure è anche ciò che gli dà un’identità riconoscibile. Cronin prende un marchio enorme, lo svuota di tutto ciò che potrebbe renderlo rassicurante e lo riporta dentro una forma di orrore più viscerale, più cattiva, più ostinata. Non tutto è nuovo, non tutto sorprende allo stesso modo, ma l’operazione ha una coerenza chiara e soprattutto non appare mai timida.

Alla fine resta un film che divide più per intensità che per debolezza: può respingere, può risultare pesante, ma difficilmente lascia indifferenti. E in un panorama dove molti horror preferiscono restare controllati, questa scelta di andare fino in fondo pesa ancora parecchio.

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