Bernardino
Zapponi (1927-2000) è stato uno dei maggiori sceneggiatori
italiani della sua epoca, l’epoca dei capolavori di Fellini,
Risi, Monicelli e poi Argento, Bolognini… Come tutti gli
sceneggiatori, il nome di Zapponi è ignoto al grande
pubblico, nonostante abbia messo il suo zampino in cult come
“Profondo Rosso”, "Il Casanova" di Federico
Fellini (nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura),
“State buoni se potete” di Luigi Magni, “La
moglie del prete” di Dino Risi, “Polvere di stelle”
di Alberto Sordi, “Il Marchese del Grillo” di Mario
Monicelli.
Bernardino,
di famiglia appartenente alla nobilità papalina, inizia
la sua attività come giornalista a Roma e Milano, collaborando
a quei “giornaletti che nascevano e morivano nel giro
di pochi mesi”, facendo la cronaca, andando a cercare
le notizie sul posto (“trovare un soldato americano impiccato
sul greto del Tevere è stata un’esperienza notevole
per un giovane di 20 anni”). A quelle prime esperienze
in cronaca avrebbe attribuito la sua capacità di raccontare.
Dopo la Guerra inizia a collaborare al Marc’Aurelio, rivista
umoristica alla quale negli anni '30 aveva colaborato anche
Fellini, e che dopo il ’45 annovera tra i suoi redattori
Ettore Scola, Furio Scarpelli, Steno.
È
in questo periodo che iniziano ad arrivargli le prime proposte
dal cinema, prima come “Nero” (senza firma) nei
film di Totò, poi nei filmetti comici con Walter Chiari
(“E’ l’amor che mi rovina” la sua prima
collaborazione accreditata). Ma quel genere di cinema non lo
soddisfa e continua ad inseguire la letteratura. Fonda la rivista
“Il Delatore”, nella quale per la prima volta si
fa avanti il suo gusto innato per il bizzarro, il grottesco,
il Grandguignol. Lavora per il varietà e poi per la televisione,
che nasce in quegli anni, firmando programmi molto popolari
con gli allora giovanissimi Corrado, Bramieri, Abbe Lane, Mario
Riva.
L’incontro con il cinema vero arriva finalmente nel 1967
quando, dopo aver letto la sua prima raccolta di racconti, “Gobal”
(edizioni Longanesi, prefazione di Goffredo Parise), Federico
Fellini vuole incontrarlo. Si ritrovano come due soldati che
hanno combattuto sullo stesso fronte: il Marc’Aurelio,
l’amore per i fumetti, per Edgar Allan Poe.
Ed è
proprio all’insegna di Poe che inizia la loro collaborazione.
Firmano infatti “Toby Dammit” basato su un racconto
dello scrittore americano, episodio del film “Tre passi
nel delirio”. Da quel momento e fino al 1980, saranno
inseparabili, continueranno ad andare in giro per Ostia fuori
stagione lasciando correre la fantasia e briglie sciolte. Questo
“metodo” gli farà partorire film quali “Satyricon”,
“Il Casanova”, “I clowns”, “Roma”,
“Block notes di un regista”, “La città
delle donne”. Frattanto Zapponi ha conosciuto Dino Risi
partecipando ad una sceneggiatura di gruppo. A Zapponi piace
il distacco “nobile” che Risi mette nel lavoro,
a Risi piacciono la fantasia e la gentilezza di Zapponi. Nasce
una collaborazione che andrà avanti per una diecina di
film, da “Telefoni bianchi” passando per “Mordi
e fuggi”, “I nuovi mostri” (altra nomination
all’Oscar), “Fantasma d’amore”, “Caro
papà”, il già citato “La moglie del
prete”. Fondamentale, per quanto si esaurisca in un solo
film, la collaborazione con Dario Argento. Già noto per
i primi thriller, Argento vuol fare un film “de paura”
e conosce il gusto di Zapponi per il genere. Lavorano a casa
di Bernardino, con Argento che mima entusiasta le scene suggerite
dallo scrittore. Il film diventa subito un enorme successo,
lanciando i giovani Gabriele Lavia e Daria Nicolodi, scoperta
dallo stesso Zapponi fra le pagine di una rivista. Giudicato
ancora oggi uno dei film più paurosi di tutti i tempi,
“Deep red” è appena stato editato in DVD
con una intervista a Zapponi registrata pochi giorni prima della
sua morte.
Nonostante
l’infittirsi del lavoro nel cinema, Zap (come lo chiama
scherzosamente Risi) non rinuncia al suo primo amore, la latteratura.
Dà alle stampe la raccolta di racconti “Trasformazioni”
(Ed. Il melangolo), poi gli appunti di lavoro per “Il
Casanova di Fellini”, il testo per la versione teatrale
di “La strada” (scritto con Tullio Pinelli), il
romanzo “Passione” basato su un suo trattamento,
“Il mio Fellini”, libro di ricordi della sua collaborazione
con il regista. Nell’ultimo periodo della sua vita, Zapponi
si sente orfano di un cinema italiano in grado di dare corpo
alle sue fantasie che esulano dalla solita commedia. Scrive
per la televisione, collabora con alcuni giovani registi, e
lavora fino all’ultimo ad un romanzo rimasto, purtroppo,
incompiuto.
Bruno
di Marcello 2005