Louis
Schneider, poliziotto segnato da una durissima tragedia personale,
indaga su una serie di omicidi a sfondo sessuale che stanno
insanguinando Marsiglia. Contemporaneamente Justine, unica
superstite di un massacro avvenuto 25 anni prima, attende
l’uscita di prigione dell’assassino, che ha ottenuto
la libertà condizionata per buona condotta. Fu proprio
Louis ad arrestare il killer e la sua strada e quella di Justine
sono destinate a convergere drammaticamente.
Olivier
Marchal, con “L’ultima missione”, conclude
la trilogia iniziata con “Gangsters” e proseguita
con “36, Quai des Orfèvres”, da cui eredita
anche il protagonista Daniel Auteuil. Più che al cinema
rigorosamente ascetico e quasi bressoniano di Jean Pierre
Melville, Marchal sembra ispirarsi agli inferni a suo tempo
scoperchiati da Alain Corneau con una tripletta di capolavori
risalenti alla fine degli anni ’70, ovvero “Police
Python 357” (il cui titolo è il nome di una
pistola, come “MR 73”), “Série
Noire” con l’indimenticato Patrick Dewaere e “Le
Choix des armes”. Purtroppo Corneau non sembra aver
molto altro da dire, come dimostra il suo bolso remake del
melvilliano “Le Deuxième souffle” e, mentre
i giovani registi francesi sembrano intenti a scimmiottare
l’action americano con la benedizione di Luc Besson
o a dedicarsi all’horror più estremo, Marchal
è l’ultimo regista rimasto oltralpe a tenere
alta la bandiera del polar.
“Dio mi ha tradito, e io lo punirò”, scandisce
Louis Schneider, “flic” alla deriva che ha da
tempo imboccato la strada della bottiglia, un istante prima
dei titoli di testa. Segue la voce roca di Leonard Cohen,
e sappiamo già che cosa aspettarci, ovvero la concentrazione
all’ennesima potenza dei cliché del noir francese
(e non solo) che si trasforma in un referto autoptico
sul suo stesso cadavere.
In una Marsiglia illividita e mortuaria, talmente cupa da
ricordare, virata in blu, la Sin City di Frank Miller, Marchal
squaderna personaggi risaputi, riscattandoli attraverso una
umanissima respirazione bocca a bocca. La macchina da presa
è costantemente addosso ai personaggi, quasi un ecografo
che ne registra con gelida impersonalità i trasalimenti
interiori, le paure e i sensi di colpa; tanta assoluta ossessività
fa scivolare in secondo piano le due linee narrative, che
scorrono parallelamente per incontrarsi solo nel finale.
Non che questo sia un gran danno, dato che Marchal, vero “Re-animator”,
si disinteressa palesemente dei meccanismi più strettamente
thriller della vicenda per concentrarsi sull’interiorità
dei protagonisti, sostenuto dalla straordinaria interpretazione
di Daniel Auteuil, mai così a suo agio nei panni dell’anti-eroe,
e dalla buona prova di Olivia Bonamy, Philippe Nahon (abbonato
a ruoli da psicopatico, dopo “Alta Tensione”)
e Catherine Marchal, moglie del regista.
Ispirato
a fatti realmente accaduti (Marchal è un ex-poliziotto,
poi diventato attore e regista), “L’Ultima
Missione” è un film tetro e nichilista, a volte
eccessivo come solo la vera passione sa essere, ma anche profondamente
sentito e senza astuzie citazionistiche per cinefili boccaloni
o facili ironie. Marchal non vuole decostruire il genere ma
solo riportarlo in vita e, se per farlo, ha bisogno di contrapporre
una morte vissuta come una liberazione ad una nuova nascita,
nel discusso finale a montaggio alternato giudicato troppo
scontato, ben venga, dato che la scena ha tutta la raggelante
inevitabilità e l’urgenza indiscussa delle cose
necessarie.
Nicola
Picchi