Una
giovane coppia si apparta in auto, non sapendo di essere osservata
da un uomo che, avvicinatosi alla macchina, li uccide sparandogli
addosso senza pietà.
E’ così che inizia “Zodiac”, l’atteso
nuovo film diretto da David Fincher, talentuoso regista di
cult movies come “Seven” e ”Fight Club”.
La pellicola è un thriller urbano-biografico che racconta
i veri fatti di cronaca nera legati ad un serial killer autonominatosi
“Zodiac”, il quale terrorizzò la città
di S. Francisco dal 1968 al 1974 uccidendo ben 37 persone
secondo uno schema legato alle fasi lunari che, nonostante
l’imponente caccia all’uomo che si mise in moto,
non fu mai preso.
Basato sull’omonimo best seller “Zodiac”
del vignettista e poi giornalista Robert Graysmith, il film
di Fincher ricostruisce la vicenda del serial-killer narciso
che mandava lettere compiaciute e cifrate ai giornali annunciando
i suoi delitti. L’intera storia si snoda dal 1966 al
1983, raccontando le indagini della polizia in parallelo con
le inchieste del giornalista Paul Avery (Robert Downey Jr.)
aiutato dal vignettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal)
il quale, appassionato di enigmistica, è il primo ad
intravedere uno schema negli omicidi e poi, anni dopo, sarà
l’ultimo ad indagare sull’assassino.
Chi
si aspetta un noir torbido o adrenalinico come le precedenti
opere di Fincher rimarrà deluso: il regista qui è
estremamente asciutto nel raccontare una storia lunga e complessa,
lavorando per sottrazione e rinunciando a virtuosismi o scene
ad effetto in favore di una cronaca lineare e fedelissima
agli eventi, ricostruiti con rigore documentaristico.
Il film è tanto corposo quanto rigoroso nella sua struttura
cronologica, senza scene d’azione e con un ritmo lento,
ma non prolisso; la narrazione, infatti, è poderosa
ed offre diversi punti focali utili a riassumere quanto succede
allo spettatore. Le due ore e quaranta minuti di durata scorrono
via senza annoiare mai il pubblico, con una tensione narrativa
avvincente e realistica, i cui momenti morti sono alleggeriti
da un montaggio attento e serrato. Sicuramente
“Zodiac” segna una tappa di maturità molto
importante per Fincher, ex-regista di videoclip con un indubbio
talento visivo per inquadrature e montaggio, che qui si conferma
anche un narratore attento ai particolari ed alle sfumature:
l’attenzione si focalizza tanto sulla cronaca degli
eventi quanto sulle ossessioni dei protagonisti: l’ossessione
per il killer senza volto di essere al centro dell’attenzione,
l’ossessione dei poliziotti per catturarlo, l’ossessione
dei due giornalisti per il caso di cronaca, e tutti alla fine
sacrificheranno molto della loro vita.
Interessanti,
poi, alcuni particolari che il regista semina qua e là,
dalla riproduzione di moda e costumi di un’epoca alle
lacune e le difficoltà “tecniche” della
polizia nel coordinare le indagini con perdita di tempo, di
indizi ed informazioni oggi superabili grazie alla tecnologia
mentre all’epoca, invece, giovarono molto all’assassino.
Bello ed intenso, infine, un confronto muto fatto di sguardi
(su cui non vi anticipiamo niente) che chiude il film in maniera
coerente con quanto narrato. Fincher non perde comunque il
gusto nello stupire visivamente il pubblico ed arricchisce
il film con qualche sequenza in sfx che illustra il tempo
che passa, trovando il modo anche di giocare con cinema e
cronaca attenendosi agli eventi raccontati, ovvero citando
il film “Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è
tuo!” che negli anni ’70 fu ispirato proprio ai
fatti ed alle persone di “Zodiac”.
Per
quanto riguarda le performance dei protagonisti, esse passano
in secondo piano rispetto alla storia, venendo assimilate
dal gigantesco corpus narrativo del film, ma a nostro modesto
avviso non sono di alto profilo: in parte credibili (soprattutto
nei dialoghi) ed in parte afoni i due protagonisti Gyllenhaal
e Downey Jr.; il primo è poco espressivo, il secondo
effettua la stessa caratterizzazione lievemente concitata
e sopra le righe già vista in altri film da lui interpretati.
Neanche il co-protagonista Mark Ruffalo appare convincente,
né per presenza scenica né per gestualità,
sembrando più un commesso viaggiatore che un poliziotto.
Più credibili e tridimensionali si dimostrano invece
i caratteristi Anthony Edwards, Elias Koteas, Brian Cox e
la dolcissima Chloë Sevigny.
Infine, un piccolo appunto: il film si snoda lungo 16 anni,
eppure i personaggi che appaiono a distanza di anni sono (e
si vestono) sempre uguali; un errore a nostro avviso che si
nota molto sul grande schermo, ma che non abbassa comunque
il livello medio-alto di questa pellicola. Da vedere.
Paolo
Pugliese