“Yes
Man” è una commedia tratta dall’omonimo
best seller biografico scritto da Danny Wallace, con la storia
di un uomo che decide ad un certo punto di rivoluzionare la
sua vita dicendo sempre “si” a tutto.
Jim Carrey interpreta una persona misogina e depressa autoreclusasi
in casa, che dopo dieci minuti di film si rende conto di non
aver vissuto mai veramente e, dopo l’incontro con un
gruppo di esaltati chiamato Yes Man, aderisce alla
loro filosofia dicendo sempre si a qualsiasi persona o situazione
che incontrerà sul suo cammino durante un anno esatto:
l’uomo accetterà quindi improbabili offerte commerciali,
scommesse, strani lavori e spericolati passaggi in moto, finendo
per imparare il coreano ed a suonare la chitarra, salvare
una persona dal suicidio, viaggiare in Nebraska, buttarsi
da un ponte con il Bugee Jumping, essere scambiato per un
terrorista e ritrovare sé stesso incontrando anche
la donna della sua vita.
Questo
film vorrebbe proporre un messaggio di ottimismo contro la
negatività, la sfiducia ed il chiudersi in sè
stessi: un invito ad aprirsi al mondo e mettere alla prova
sè stessi esposto con humor parodistico ed una vena
surreale e burlonesca, affidata soprattutto alla performance
del protagonista, Jim Carrey.
Visto lo spunto centrale, poteva quindi essere una commedia
divertente ed originale, ma produzione, regia e sceneggiatura
hanno preferito andare sul sicuro puntando su un adattamento
ad uso e consumo di Carrey, che qui torna agli inizi della
sua carriera riproponendo tutto il suo campionario di smorfie
e mossette varie.
Il risultato è abbastanza piatto, con una sceneggiatura
dai toni puerili e dallo sviluppo fin troppo lineare e convenzionale
che non dà spessore né credibilità alla
storia raccontata, divertendo il pubblico solo al momento
tramite, varie gags, ma finendo alla lunga per annoiarlo.
Il
regista Peyton Reed (“Ti odio, ti lascio, ti…)
dirige con ritmo, ma è incapace di gestire il suo protagonista
evitando che esageri, limitandosi (ordini dall’alto?)
a seguirlo con la cinepresa. Con la sua mimica ingombrante,
Carrey affossa ulteriormente qualsiasi spunto della trama,
ridotta ad una sequela pretestuosa di situazioni paradossali
in cui il nostro deborda, gesticola, ammicca, fa il tarantolato
e storce la faccia.
Interessante (ed è una delle poche note positive
del film) la colonna sonora di Mark Oliver Everett &
Lyle Workman, ricca di brani minimalisti che accompagnano
efficacemente la storia alternando toni brillanti e malinconici.
Paolo
Pugliese