Al
cinema catastrofico siamo divenuti, oramai, pressoché
insensibili. E' un filone cinematografico di cui si è
letteralmente abusato e che, nonostante tutto, sembra non
manifestare il benché minimo segno di cedimento.
Poi subentra la realtà. Il terzo millennio è
iniziato in un modo davvero pessimo. Stiamo vivendo anni di
guerra, non tutti in via diretta, ma il mondo sì, il
mondo sta ancora pagando lo scotto degli attentati dell'11
settembre 2001: un giorno in cui tante, tantissime persone
davanti agli schermi di tutto il mondo per almeno una frazione
di secondo hanno pensato di aver sbagliato canale o di assistere
ad un film. Errando da un'emittente all'altra, lo zapping
convulsivo può fare brutti scherzi. Invece no, quello
non era un brutto film di fantascienza, e neanche uno di quello
belli. No, non era "Indipendence Day": era la realtà.
Era la morte in diretta di migliaia di persone, legate a un
odio e a degli interessi tuttora poco chiari. A cinque anni
da certi tragici avvenimenti, Oliver Stone rovescia la situazione,
mischia le carte e realtà e fiction si scambiano di
ruolo. “World Trade Center” è un film ispirato
a fatti realmente accaduti. Quella che credevamo finzione
si è poi rivelata realtà. Ora, quella realtà
si è fatta effettivamente finzione, così come
avevamo pensato, così come avevamo sperato. Il problema
è che questa volta i pop-corn sono difficili da digerire,
perché lo spettacolo non ci fa divertire. Non si tratta
di semplice intrattenimento, ma di pura angoscia. Una duplice
angoscia, perché dietro alla tensione drammaturgica
c'è la consapevolezza di come la sceneggiatura rappresenti
la ricostruzione di un dramma sviluppatosi sul nostro stesso
piano di realtà. La sospensione dell'incredulità
gioca con noi, e noi ne subiamo i colpi percependo l'essenza
della tragedia. Quella vera.
In questo Stone si è dimostrato piuttosto bravo. E'
riuscito a restituire spessore a una vicenda che non ammette
di essere svilita. Per quanto il film muova i suoi i primi
passi facendo credere allo spettatore di non riuscire a trovare
un proprio equilibrio, per quanto la rappresentazione dell'inizio
di quel maledetto giorno di settembre sembra rischiare di
confluire in una totale banalizzazione, va ammesso che dopo
i primi minuti la pellicola si fa credibile. Molto credibile,
troppo. Il risultato è una claustrofobia diffusa, paradossalmente
ancor più intensa nelle scene girate al di fuori dalle
macerie, nelle case delle mogli, dei figli, e di tutti gli
altri parenti dei due poliziotti rimasti intrappolati. L'attesa
è un'alternanza spasmodica tra le sofferenze e gli
stenti di chi cerca di sopravvivere nonostante le ginocchia
spezzate e il poco ossigeno a disposizione, e le angosce di
chi si stringe tra le braccia dei propri cari, temendo il
peggio.
E di fronte all'innegabile qualità di una produzione
che rischiava fortemente di macchiarsi di insulsa retorica,
si può anche perdonare l'intento di esaltare la figura
del marine che, in onore di Dio e della nazione, si reca presso
quel che rimane del World Trade Center e finisce per giocare
un ruolo decisivo. L'enfatizzazione di un personaggio inevitabilmente
legato all'arrogante militarizzazione con cui si è
corrotta l'America dopo l'11 settembre si esprime anche attraverso
una caratterizzazione, talvolta caricaturale, che non lascia
trapelare cosa Stone abbia voluto comunicare, se volesse esaltare
oppure denigrare l'archetipo del cowboy che, tra una frase
ad effetto e l'altra, riesce puntualmente a risolvere la situazione.
A tale interrogativo si affianca una palese certezza: “World
Trade Center” è il film definitivo sulla tendenza
dell'attuale immaginario americano a rimarcare l'umana natura
dell'eroe. Già in “United 93”, i passeggeri
dell'omonimo aereo si erano mostrati in tutta la loro indole
eroica.
In
“World Trade Center”, l'azione si concentra sulla
polizia portuale di New York e, più in generale, sull'operato
delle forze dell'ordine e delle squadre di salvataggio. Uomini
con dei nomi che diventano oggetto di una ridondanza scelta
come mezzo per fissarne la memoria. Gli agenti si chiamano
continuamente, un po' per non perdersi, un po' per non arrendersi
al dolore. Sui rispettivi armadietti le targhette riportano
il nome dei legittimi proprietari, e la macchina da presa
non si dimentica d'inquadrarle.
Ne esce un film che, dietro la patina della sua evidente carattere
commerciale, non manca di onorare gli eroi di Manhattan e
dell'America intera, per ciò che sono riusciti a fare
e per chi è morto nell'intento. Si riesce a percepire
una parte di quell'enorme sofferenza, ed è quanto basta
per lodare Stone, e per non dimenticarsi mai di ricordare.
Simone
Celli