X-Men
Origini – Wolverine è più di un semplice
antefatto o prequel alla trilogia degli X-Men.
Non si limita a raccontare il passato di Wolverine prima del
suo ingresso negli X-Men, ma chiarisce molti punti oscuri
di X-Men 2, il film più legato al personaggio
interpretato da Hugh Jackman, al punto che la saga ormai non
può più prescindere da questo film e quindi
va considerata, a tutti gli effetti, una quadrilogia.
Assistiamo quindi alle origini di James, alias Logan, alias
Wolverine che sopravvive ai decenni ed alle guerre insieme
al fratello Victor, grazie ai loro poteri mutanti che li rendono,
di fatto, immortali.
Il loro ingresso nella squadra segreta Team X, agli ordini
del colonnello Stryker, complicherà la vita dei due
fratelli, ponendo fine al loro rapporto e segnando anche l’inizio
di una guerra: quella tra gli umani ed i mutanti.
Per
dirigere il film è stato scelto un regista non proveniente
dal cinema d’azione, il premiato con l’oscar Gavin
Hood.
Questa scelta che può stupire, è in realtà
la mossa vincente del film; infatti il regista, nonostante
l’ambientazione supereroistica, riesce ad evitare che
il film sia girato come un fumettone o un videoclip (tipo
Batman Forever) o con personaggi macchiettistici o stereotipati,
dando un tocco di “realismo” ad una storia che
ovviamente realistica non può essere.
La sceneggiatura è valida e, pur con le ovvie limitazioni
di un film di genere supereroistico, evita di proporre allo
spettatore una trama risibile, che sia tutta in funzione di
una battaglia finale.
L’interpretazione del protagonista non si discosta da
quella già proposta negli altri capitoli della saga,
mentre vanno segnalate positivamente le interpretazioni dei
comprimari, tutti credibili, tra cui meritano una menzione
Dominic Mohagan, in passato hobbit nel Signore degli anelli
e Will.i.am, musicista del gruppo dei Black Eyed Peas, alla
sua prima apparizione cinematografica.
Il campo degli antagonisti è molto più vario
e passa da un inespressivo (solo per esigenze di copione?
Il dubbio è legittimo) Daniel Henney, nei panni
dell’Agente Zero, ad uno scatenato Victor (Liev Schreiber),
ovvero il futuro Sabretooth del primo X-Men che,
pur limitato alle poche espressioni concessegli dal copione,
quando non trita tutto ciò che gli capita a tiro è
credibile come individuo violento e psicopatico.
Soprattutto interpreta bene il suo ruolo l’anima nera
del film, il colonnello Striker, interpretato da Danny Houston,
vero punto di raccordo con gli altri film e responsabile delle
disgrazie di Wolverine.
L’attore riceve una mano non da poco dalla fotografia,
che lo riprende in ambienti per lo più grigi e asettici,
vero specchio della sua anima vuota, anche se le vere motivazioni
che lo muovono sono qui solo accennate, venendo spiegate compiutamente
solo in X-men 2.
A questo sfoggio produttivo ed interpretativo non corrisponde
però un adeguato riscontro nel campo degli effetti
speciali, che presentano alti e bassi inusuali per film con
così alti budget.
Accanto a poteri mutanti e protesi come quella di Blob, talmente
ben fatti da sembrare veri, si segnalano momenti (pochi, in
verità) in cui si nota benissimo che gli artigli di
Wolverine sono stati aggiunti con la computer grafica.
Nel complesso il film non delude le aspettative dei fan della
saga, tuttavia ha , come i suoi predecessori, un lato più
profondo.
Per quanto un film del genere sia portato principalmente ad
appagare il palato dello spettatore che chiede soprattutto
intrattenimento, anche in questo film si affronta, pur non
nominandolo direttamente, un tema drammaticamente attuale:
come nei tre film precedenti il filo conduttore era il razzismo
e la paura del diverso, che possono portare ad epiloghi drammatici
se spinti alle estreme conseguenze, qui il tema è fino
a che punto si possa piegare la propria umanità ai
propri ideali.
Il momento più inquietante del film non è negli
esperimenti da scienziato pazzo, ma in una frase buttata lì
da Striker allo scopo di giustificare il suo operato davanti
ai suoi superiori; poiché questi rappresentano il cliché
del militare per cui il fine giustifica i mezzi, ecco che
Striker pone l’accento sulla necessità di colpire
per primi, ricorrendo se serve anche alla guerra preventiva,
per il bene del Paese.
Questa frase, accolta dai vertici militari quasi con indifferenza,
come fosse una cosa ovvia, fa scorrere più di un brivido
nella schiena al ricordo di come questa dottrina politico
militare non sia un’ipotesi campata per aria, ma abbia
avuto una sua applicazione proprio nel recente passato: ogni
riferimento alla “dottrina Bush” non può
che essere fortemente voluto.
Infine un piccolo consiglio agli spettatori: non lasciate
la sala prima dello scorrere di tutti i titoli di coda!
Anche questo film, come molti degli ultimi film tratti dai
fumetti della Marvel, presenta due scene extra al termine
dei titoli di coda, tale da far supporre che anche questo
film possa avere un seguito, se non addirittura evolversi
in un’altra trilogia.
Giulio
Pesce