Inghilterra
1890. Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) è un attore
shakespeariano di origini inglesi che decide di tornare dopo
molti anni a casa avendo ricevuto una lettera da parte di
lady Gwen Conliffe (Emily Blunt), la fidanzata del fratello,
scomparso misteriosamente. Riunitosi al padre, Sir John Talbot
(Anthony Hopkins), Lawrence scopre che il fratello è
stato ucciso da una feroce creatura notturna, la quale imperversa
nelle campagne ogni notte di plenilunio. Durante un nuovo
attacco, Lawrence affronta la creatura venendo morso. Dopo
diversi giorni di convalescenza, in cui guarisce dalle ferite,
il gentiluomo scoprirà di essere stato infettato da
un’arcana maledizione, trasformandosi nella notte di
luna piena in un lupo mannaro. Affronterà drammatici
cambiamenti nella sua vita ed oscuri segreti della sua famiglia.
“Wolf
Man” è il remake di un classico del cinema degli
anni ’40, ovvero “L’Uomo Lupo” diretto
da George Wagner ed interpretato dal grande Lon Chaney Jr:
uno dei capisaldi del genere horror, di cui l’Universal
–pur mantenendo una fedeltà di ambientazione
storica e geografica- ha realizzato una versione alternativa
della trama originale scritta da Larry Talbot, riadattata
dagli sceneggiatori Andrew Kevin Walker e David Self. La produzione
del film (con un budget di 100 milioni di dollari)
è stata molto travagliata, con vari problemi di produzione,
casting e rendering finale, che hanno fatto sì che
l’uscita della pellicola fosse rimandata di oltre un
anno per fare un nuovo montaggio delle scene e girarne nuove.
Tutti
questi cambiamenti, purtroppo, finiscono per pesare sul bilancio
finale: il film infatti risulta eccessivamente rimaneggiato,
forse per aumentarne l’impatto commerciale, smarrendo
la forza narrativa del racconto originale ed andando incontro
a numerose incongruenze e forzature.
Se la prima parte risulta poderosa ed intrigante nella messa
in scena del racconto e nella presentazione dei personaggi,
non si può dire altrettanto della seconda, con la quale
si tenta di trovare una strada narrativa diversa da quella
del film originale, mettendo molta carne al fuoco; la trama
però sbanda, smarrendosi in una serie di trovate inutilmente
rutilanti e ripetitive, concedendo troppo all’aspetto
visivo del film a dispetto della sua stessa credibilità
narrativa, svilendo i suoi concetti di base e sprecando personaggi
e tematiche che sarebbe dovuti essere maggiormente approfonditi.
Prove di ciò sono lo spostamento dell’ambientazione
dalla brughiera inglese a Londra, il soggiorno in manicomio,
la fuga sui tetti e per le strade della città, la storia
d’amore tra Lawrence e Gwen, il suo confronto con il
padre e la presenza di due licantropi nel film, con l’immancabile
lotta finale tra fuoco, sangue e distruzione: tutti elementi
narrativi che ci vengono mostrati in maniera superficiale
e ridondante, con poca attenzione per coesione ed attendibilità
narrativa.
Il
regista Joe Johnston (“Jurassic Park 3”, “Jumanji”,
“The Rocketeer”) ce la mette tutta per dare vigore
alla storia rispettandone i canoni estetici, confermandosi
un professionista tecnicamente preparato, ma non un autore
in grado di dare un peso ed una credibilità propria
alla storia che sta raccontando, ispirandosi non poco per
toni ed atmosfere al bellissimo “Bram Stoker’s
Dracula” di Francis Ford Coppola (anche nelle musiche
del bravo Danny Elfman).
Sul fronte dei protagonisti, Benicio Del Toro (Premio Oscar
per “Traffic”) è bravo nell’interpretare
un personaggio amletico e tormentato, anche se risulta fisicamente
non molto adatto al ruolo; Emily Blunt ("Il Diavolo veste
Prada") riesce a tratteggiare bene una donna fragile
solo in superficie, ma che nasconde sotto un velo di dolcezza
e rassegnazione una grande forza d’animo. Molto efficace
risulta anche il comprimario Hugo Weaving (“V per Vendetta”,
“Matrix”), come rigido poliziotto di Scotland
Yard, nonostante il suo carachter sia delineato poco nello
script. Pessimo invece Anthony Hopkins, che interpreta con
la consueta flemma del suo ruolo di culto Hannibal Lecter
(“Il Silenzio degli Innocenti”) il personaggio
di Sir John Talbot, figura delineata già di per se
in maniera gratuita e artificiosa dalla sceneggiatura.
Paolo
Pugliese