Il
Whiteout è una tempesta polare, con il vento che soffia
a 150 chilometri all’ora sollevando la neve in maniera
tale da non riuscire a vedere a 15 centimetri dal proprio
naso. Le possibilità di sopravvivenza sono praticamente
nulle ed il Whiteout è uno dei principali pericoli
per l’essere umano nel circolo polare artico.
Un pericolo con il quale avrà a che fare Carrie Stetko
(Kate Beckinsale), sceriffo federale di stanza da due anni
in una grossa stazione scientifica in Antartide. Un lavoro
tranquillo che si complicherà all’improvviso
quando sarà trovato il corpo assassinato di un geologo.
Per far luce sull’omicidio, il primo commesso in Antartide,
Kate viene affiancata dall’agente dell’O.N.U.
Robert Pryce (Gabriel Macht), ma l’assassino colpirà
ancora lasciandosi dietro altre due vittime. Carrie ha solo
tre giorni per scoprire il colpevole prima che arrivi l’inverno
polare, con una notte lunga sei mesi e il personale della
base in procinto di partire in massa. Ma le procedure di evacuazione
subiranno un’accelerazione a causa dell’avvicinarsi
di una tempesta (il Whiteout), e Carrie rischierà
di rimanere isolata con l’assassino…
Tratto
da una (ottima) Grapic Novel di Greg Rouka, Whiteout
è un thriller poliziesco dalla discreta fattura e dall’intrigante
ambientazione. Il senso paesaggistico è parte integrante
della storia, non solo un suo elemento di contorno, e viene
ben utilizzato nelle sue peculiarità di ambiente selvaggio
ed ostile dando maggior senso drammatico alla trama poliziesca;
le sconfinate superfici ghiacciate e solitarie dell’Antartide,
infatti, creano un forte contrasto con gli spazi chiusi della
stazione, suggellando un efficace senso claustrofobico e di
desolazione paesaggistica nello spettatore. Il regista Dominic
Sena (Codice Swordfish) rinuncia a qualsiasi virtuosismo
in favore di una narrazione pulita e lineare; la sua è
una regia agile e senza sbavature, basata su una trama semplice,
ma funzionale, che lega i progressi dell’indagine di
Kate con le vicende umane sue e dell’amico e mentore
Doc, nonostante un paio di forzature psicologiche e qualche
scorciatoia narrativa, suggerita dall’uso dei flashback.
Il
film si rivela abbastanza avvincente nel suo sviluppo, anche
grazie ad un montaggio serrato, ma non adrenalinico, con un
controfinale occupato da un triplice combattimento in mezzo
alla tormenta di neve girato e montato in maniera molto energica
e tesa; ad esso segue la risoluzione della trama, con la fine
dell’indagine ed il mistero svelato nel corso di un
dialogo che chiude il film in maniera crepuscolare e coraggiosamente
senza esplosioni o coreografici duelli finali.
Splendida sul grande schermo Kate Beckinsale, anche se la
sua è un’interpretazione assolutamente nella
media, senza infamia e senza lode.
Paolo
Pugliese