Tratto
dall'ultimo romanzo pluripremiato di Mordecai Richler, “La
versione di Barney” è la toccante storia di Barney
Panofsky, un uomo ordinario la cui vita attraversa quattro
decadi e due continenti, includendo tre mogli, un padre oltraggioso,
ed un affascinante quanto dissoluto migliore amico. La ragione
per cui Barney decide di raccontare ora la sua storia - la
sua versione - è che il suo peggior nemico ha
appena pubblicato un libro rivelazione che svela i capitoli
più compromettenti del passato di Barney: le tante
e spesso oscure ragioni dietro al suo successo come scrittore;
i tre matrimoni, tutti e tre finiti; e il mistero tuttora
irrisolto della scomparsa del migliore amico di Barney, Boogie,
un presunto omicidio del quale Barney rimane il primo sospettato.
Dato che la memoria alle volte lo abbandona a causa dell’
Alzheimer, e poiché ha la sfortunata abitudine di ubriacarsi
in momenti cruciali, Barney ci porta in un percorso instabile
nei meandri della memoria, non solo per raccontare la sua
vita agli altri, ma anche per ricordarla a se stesso.
Il
regista semi-esordiente Richard J. Lewis dirige con una certa
onestà intellettuale l’adattamento abbastanza
fedele di un personaggio letterario caratterialmente poco
simpatico e politicamente scorretto, ma dotato di una complessa
umanità, che vive sul grande schermo con molto realismo
grazie principalmente al suo interprete: il bravo Paul Giamatti
che, dopo le ottime performances nei precedenti “Sideways”
e “American Splendor”, dimostra ancora una volta
di essere un attore attento e strutturato, dando un’interpretazione
potente e variegata del suo personaggio, reggendo sulle sue
spalle il peso dell’intera trasposizione cine-letteraria.
Tra le pieghe dell’arroganza, del cinismo e dell’egocentrismo
di Barney, leggiamo una linea malinconica di tristezza esistenziale,
di senso di colpa e di inadeguatezza che segnano il suo percorso
nel rapportarsi con gli altri e nelle scelte di vita. L’attore
trasmette con intensità e naturalezza tutti i dubbi,
i tormenti ed anche il carisma di una personalità poliedrica
ed affascinante. Il personaggio di Barney e la sua interpretazione
da parte di Giamatti restano i fattori di maggiore interesse
del film, la cui sceneggiatura semplifica necessariamente
l’intricata struttura narrativa del romanzo senza smarrirne
l’essenza caustica ed autoironica; la trasposizione
ha la sua maggiore debolezza in una regia che risulta troppo
patinata e debole per sottolineare con efficacia alcuni passaggi
narrativi cardine e restituire sul grande schermo la forza
di fatti e personaggi del libro, rischiando di andare a parare
verso un semi-malinconico polpettone sentimentale.
Dialoghi
sagaci ed ironici uniti ad un cast di interpreti all’altezza
del protagonista (Dustin Hoffman ed il trio femminile
Rosamund Pike, Minnie Driver e Rachelle Lefevre) aggiungono
lustro all’operazione, non completamente riuscita e
che sfiora in alcuni punti la banalità (vedi le
sequenze girate a Roma oppure il rapporto sentimentale con
Miriam), ma sicuramente ardita nel ridurre per il grande
schermo un romanzo difficile nella sua impostazione narrativa
e venerato da una schiera di agguerriti lettori che protesteranno
sicuramente per i tagli e le semplificazioni apportate. A
tutti gli altri spettatori il film piacerà, con la
complessità, i difetti e il sarcasmo del protagonista
lasciati intatti, così come il commovente finale. Per
fortuna.
Marco
Valerio