Un
inspiegabile blackout colpisce l'intera città di Detroit
e quando sorge il nuovo giorno, il sole illumina solo pochi
sopravvissuti. La quasi totalità degli abitanti è
misteriosamente scomparsa: rimangono soltanto abiti, oggetti
e auto abbandonate. Luke (Hayden Christensen), un giornalista
televisivo, scopre che le strade nei dintorni della sua casa
sono deserte. Paul (John Leguizamo), un proiezionista, si
ritrova solo in un cinema precedentemente gremito. Rosemary
(Thandie Newton), una fisioterapista, uscita a fumare una
sigaretta, rientra in un ospedale sinistramente vuoto. James
(Jacob Latimore), un ragazzo spaventato, aspetta il rientro
della madre. Questi quattro sconosciuti finiscono per ritrovarsi
in un bar scalcinato, il cui generatore a gasolio e le riserve
di cibo e bevande lo rendono l'ultimo posto sicuro in una
città sull'orlo del baratro, perché al calare
delle tenebre le ombre iniziano a trasportare l'eco di inquietanti
bisbiglii ed il buio appare come una creatura viva che ingoia
chiunque si ritrovi senza una fonte di luce. Luke è
deciso ad allontanarsi dalla città ed inizia a cercare
per le strade un veicolo funzionante, ma il tempo inizia a
scarseggiare, con i periodi di luce che diventano sempre più
brevi, facendo posto ad un'oscurità che avanza e che
li costringe ad affrontare il terrore di una fine ignota.
Brad
Anderson, autore di questo film e dei precedenti "Session
9" (2001), "L’uomo senza sonno" (2004)
e "Transsiberian" (2008), è un regista dallo
stile cinematografico non scontato né leggero, con
una narrazione lenta e fortemente allegorica che si unisce
ad una predilezione per le trame complesse, oltre ad una concentrazione
per la psicologia dei personaggi e per le atmosfere ed i dialoghi,
piuttosto che per le scene d’azione. Qui, invece, preferisce
focalizzarsi sulle dinamiche di un racconto corale, con le
caratterizzazioni dei personaggi che rimangono in secondo
piano rispetto ad un impianto narrativo giocato molto su atmosfere
esoteriche ed apocalittiche. I punti forti della sceneggiatura
e della regia sono infatti costituiti da un riuscito clima
di oscura caducità, con pochi personaggi inseriti in
una situazione la cui natura ignota e l’apparente inesorabilità
contribuiscono a renderla via via sempre più agghiacciante.
La narrazione cadenzata di Anderson rende maggiormente vivida
l’atmosfera cupa del film, da un lato facendo leva sulla
paura atavica del buio inteso come entità,
e dall’altro suggerendo nel pubblico un’ inquietante
attesa, sia per la rivelazione del mistero che per il destino
dei protagonisti.
L’unico
difetto di questo film è anche quello più pesante,
ovvero, nel secondo tempo, la storia pare aver esaurito tutte
le sue idee cardine, inciampando in una ciclicità situazionale
giocata sulla duplice dimensione di sopravvivenza e di oppressiva
alternanza tra luce ed ombra, che finisce per risultare eccessiva
e ripetitiva, con un finale un po’ fuori posto nel suo
essere sospeso tra totale abbandono e flebile speranza.
Paolo
Pugliese