Settembre
1944. Martina è una bambina di 8 anni, che ha smesso
di parlare dopo che il fratellino neonato è morto;
quando la mamma è nuovamente incinta, Martina attende
pazientemente che il bambino nasca. La vita del suo paese
diviene via via più difficile a causa dei combattimenti
tra i partigiani e le truppe naziste che avanzano. Attraverso
gli occhi di Martina assistiamo alla strage di Marzabotto,
ad opera dei soldati nazisti che rastrellarono i contadini
del suo paese, poi fucilati.
Dopo
il bellissimo “Il Vento fa il suo Giro”, il regista
Giorgio Diritti ci racconta un terribile fatto di sangue,
realmente accaduto e ricostruito in maniera commovente, ma
senza enfasi drammatica né retorica ideologica. Il
suo è un cinema d’impegno, attento alle piccole
realtà sociali, con una messa in opera dai toni sobri
e di forte dirittura morale. Film dalla trama corale e dalla
prosa asciutta, contiene (come anche per il precedente
“Il Vento fa il suo Giro”) un’attenta
rappresentazione della realtà di un piccolo villaggio
rurale, ai piedi della montagna. Lo stile di regia è
levigato ed introspettivo, incentrato sia sul rapporto tra
natura e cultura contadina, sia sulla rappresentazione dei
personaggi, tutti ben caratterizzati ed integrati nello sviluppo
narrativo.
La
quotidianità delle famiglie di contadini viene ricostruita
con semplicità ed accuratezza, fino all’arrivo
della guerra, delle rappresaglie e dei rastrellamenti, in
un pathos narrativo sempre più intenso e drammatico.
Valori aggiunti sono la naturalezza sia dei dialoghi (in
dialetto) che degli interpreti del cast, composto da
attori professionisti e non, tra i quali svettano Maya Sansa,
Alba Rohrwacher, Claudio Casadio e soprattutto la piccola
Greta Montanari: un’interprete tanto giovane quanto
brava, il cui ruolo di Martina viene utilizzato dal regista
per raccontare una spietata tragedia storica con i toni soffusi
e delicati di un racconto poetico.
Paolo
Pugliese