Sono
trascorsi pochi anni dalla tragedia che ha solcato la storia
del mondo. Meno di cinque, per l'esattezza. Eppure l'America
del cinema sente già il bisogno di raccontare il dramma
che le ha cambiato la vita. Magari per esorcizzare il male,
per scacciare i fantasmi. O forse, come accade in questi casi,
soltanto per ricordare la tragedia e onorarne le vittime.
Ebbene sì, dopo il documentario di Michael Moore, l'11
settembre torna al cinema con un prodotto di fiction. O quasi.
A tratti si ha l'impressione di essere di fronte a un altro
documentario, tanto è il senso di realtà che
il regista è riuscito a riprodurre. Una macchina da
presa nervosa e intrusiva cattura le immagini quasi si trattasse
di uno scoop in presa diretta o di un video amatoriale in
stile Real Tv. Immagini sporche, mosse, talvolta fuori fuoco.
Il regista irlandese Paul Greengrass ha scelto una via molto
personale, senz'altro efficace, magari eccessiva, certamente
fuori dai canoni dell'amato e odiato cinema commerciale. Un
autentico senso di vertigine accompagna lo spettatore dall'inizio
alla fine. Le immagini avvicinano terribilmente lo sguardo
al cuore dell'azione. Il risultato è labirintico, disorientante.
Ci si perde tra gli ondeggiamenti di una macchina da presa
ubriaca che accresce la tensione anche quando non serve. S'insinua
un senso di frenesia talvolta inutile. Continue fluttuazioni
sul filo dell'ipertensione che, nei 111 minuti di film, finiscono
per stancare. L'attenzione rischia continuamente di subire
crolli improvvisi. Proprio perchè certe soluzioni non
servono. Almeno nel primo atto.
Sì, perchè la pellicola si presta ad una scansione
netta, una divisione in due parti in cui l'intervallo fa da
spartiacque. Il primo tempo insinte in maniera ridondante
a mostrare i diversi dirottamenti come una realtà esterna
che emerge dai dialoghi sovrapposti e frammentati (e per questo
incredibilmente realistici, anche se talvolta risultano banali...
colpa dei traduttori?) degli operatori delle sale di controllo
dei diversi aeroporti coinvolti. Un brusio di fondo alimenta
un caos ancora inopportuno già predisposto dalle immagini.
C'è una velocità costante, ma che paradossalmente
rallenta il film. Nel secondo tempo, invece, esplode l'azione.
A questo punto l'angoscia e la frenesia si fanno pura efficacia.
Certe scelte registiche, accompagnate dal pensiero che il
confine tra fiction e realtà è, in questo caso,
particolarmente labile, fanno sì che lo spettatore
arrivi alla scena dello schianto con il cuore alla gola. Il
copione lo conoscono tutti, eppure si riesce lo stesso a creare
una forte tensione narrativa. E' la storia del quarto aereo.
Quello che si è schiantato. Come gli altri ma diversamente
dagli altri. E' la storia dell'unico aereo a non aver raggiunto
l'obiettivo, grazie soprattutto al coraggio dei suoi passeggeri,
consapevoli di essere prossimi alla morte, ma che si sono
ribellati ugualmente alla follia suicida degli attentatori.
United
93, infatti, si fa incarnazione del nuovo eroismo americano.
In un paese avvezzo a eroi in calzamaglia dotati di poteri
fuori dal comune, pervade una tendenza del tutto innovativa
ad esaltare la straordinarietà dell'ordinario. I nuovi
eroi sono persone come noi, per le quali il coraggio è
l'unica dote plausibile. Non si vola, se non in aereo. Non
si sparano raggi ottici dagli occhi, non si lanciano ragnatele.
Si guarda in faccia il male e lo si affronta. Punto. Ed ecco
il superumano del post-11 settembre: sempre meno super, sempre
più umano. Ed ecco gli eroi dello United 93.
Simone
Celli