Dopo
la parentesi in costume di “N – Io e Napoleone”,
Paolo Virzì torna a raccontare i mali e le ipocrisie
del nostro paese con il suo nuovo film, stavolta dedicato
al mondo dei lavoratori precari.
Lo sguardo attento ed ironico del regista si concentra sull’inferno
dei telefonisti dei Call Center, moderni gironi danteschi
hi-tech e super-profit, con i quali avrà a che fare
la protagonista Marta (Isabella Ragonese): giovane 24enne
che, da neolaureata in filosofia con 110 e lode più
abbraccio accademico, si ritrova a cercare la sua strada senza
prospettive (accademiche) né aspettative se non da
disoccupata oppure lavoratrice precaria. Arriva così
a lavorare nel Call Center di una ditta che produce un inutile
elettrodomestico per casalinghe, target primario di telefoniste
e venditori senza scrupoli, tutti consumati da una febbrile
smania di successo e di guadagno.
Nonostante
il tema difficile, Virzì racconta le vicissitudini
del precariato giovanile che tutti noi conosciamo bene con
i toni di una commedia leggera e sardonica, ma con il retrogusto
amarognolo di una denuncia impietosa. Sorprendenti e gradevoli
l’inizio e la fine del film, composti da due sequenze
girate con i toni brillanti dei musical, mentre fulminante
è lo sguardo di Virzì sull’avvilimento
di una generazione condannata al precariato ed alla sottoccupazione
senza sbocchi né garanzie, tradita da chi è
venuto prima (vedi i professori universitari di Marta,
vecchissimi e rincitrulliti, ma ancora al loro posto).
L’ambiente del Call Center viene poi ritratto dal regista
come un mondo luminoso ma asfittico, una sorta di crudele
villaggio vacanze dove i lavoratori/animatori/villeggianti
(obbligati a cantare e ballare ad inizio giornata la canzone
dell’azienda) sono spinti a lavorare senza sosta e senza
tutela dei loro più fondamentali diritti, “motivati”
da impietosi capi del personale (Sabrina Ferilli) e manager
di successo (Massimo Ghini); tutti vengono così catapultati
in una dimensione-vortice di fanatismo, dove il mobbing diventa
un modo “simpatico” per incentivare impegno e
produzione personali (con penitenze corporali, negazione dello
stipendio, le “nomination” con la top ten dei
venditori più bravi e la classifica di quelli meno
bravi, anticamera del licenziamento). La protagonista Marta
diventa il nostro testimone incredulo, ed anche divertito,
di un ambiente profondamente disumano, superficiale ed egoista
che non è frutto di fantasia, ma è molto simile
alla realtà di aziende che vendono tramite appuntamenti
telefonici i propri costosissimi aggeggi e motivano il proprio
personale con tecniche new age studiate a tavolino.
Grazie
poi alla struttura corale del film, oltre al precariato, Virzì
può permettersi di posare lo sguardo anche su diversi
altri fattori di ambito sociale/lavorativo (i sindacati, la
solitudine degli anziani, le malelingue sul lavoro, la prostituzione
su Internet, il disagio giovanile), raccontando un intreccio
di storie e personaggi ben delineati dalla sceneggiatura e
caratterizzati da attori bravi e quasi tutti già diretti
dal regista livornese: ci sono due ottimi Valerio Mastrandrea
ed Elio Germano (visti in “N – Io e Napoleone”),
nei panni uno di un sindacalista idealista e sfigato, l’altro
di un venditore smanioso di successo ma fragilissimo di carattere;
abbiamo poi Sabrina Ferilli e Massimo Ghini (protagonisti
dell’opera prima “La Bella Vita”) che risultano
credibilissimi nei loro ruoli-macchietta di motivatrice e
di capo d’azienda, così come la new entry Michela
Ramazzotti è brava nell’interpretare una ragazza
madre molto superficiale ed infantile. Dispiace un pò
per la protagonista, Isabella Ragonese, che nonostante il
viso pulito e gli sguardi intensi, rimane abbastanza anonima
e non arriva al pubblico, soffrendo della “sindrome
di Grey” (il nome della protagonista del popolare
serial televisivo “Grey’s Anatomy”, in cui
i personaggi di contorno risultano più interessanti)
e finendo per rimanere in secondo piano rispetto al resto
del cast.
Concludendo,
“Tutta la Vita Davanti” è un buon film:
una commedia che diverte e che rispetta i canoni medio-alti
ai quali Virzì ci ha abituato nel corso degli anni,
nonostante rimanga nello spettatore una leggera sensazione
di incompletezza; manca, infatti, la freschezza delle sue
prime opere come “Ferie d’Agosto” e “Ovosodo”,
con un tono narrativo che risulta abbastanza cattedratico,
condito da accuse un pò troppo ovvie sull’avidità
senza scrupoli delle aziende e l’ignoranza dettata dai
modelli televisivi; gli esempi presi a riferimento da Virzì,
come “Il Grande Fratello” oppure i Tronisti
di Maria De Filippi, sono fin troppo facili ed anche un pò
troppo presenti nella storia, ma tant’è... l’Italia
è fatta anche così ed il regista fa comunque
un buon lavoro di compendio dei mali del nostro paese, nonostante
delle evidenti forzature negli eventi raccontati che sfociano
in una risoluzione un pò debole e da cronaca assurda,
con un finale consolatorio/familiare salvato dai titoli di
coda, dove tutti i protagonisti si congedano in versione musical.
Paolo
Pugliese