Irena
Mirkovic (Kasia Smutniak) è una giovane regista teatrale
d’avanguardia ed ha un grosso problema: ha accettato
di curare in un istituto penitenziario una rappresentazione
della Passione di Gesù Cristo, ma nonostante sia riuscita
ad avere la fiducia dei detenuti, nessuno vuole interpretare
il ruolo di Giuda. L’unica soluzione per la regista
è raccontare la storia di Gesù in maniera alternativa,
facendo a meno di Giuda e, quindi, del tradimento e di tutte
le sue conseguenze. Ma il lavoro di Irena sarà tutt’altro
che facile, scandito (e spesso complicato) dal suo rapporto
conflittuale con il parroco del carcere don Iridio (Gianluca
Gobbi), il direttore (Fabio Troiano), la tostissima suor Bonaria
(Luciana Littizzetto) e la comunità dei detenuti.
“Tutta
Colpa di Giuda” è un piccolo film italiano che
Davide Ferrario (“Dopo Mezzanotte”) ha girato
in maniera documentaristica in un’ambientazione inusuale
e veritiera: il carcere di Torino, i cui detenuti hanno partecipato
alle riprese interpretando sé stessi con smaccato ed
ammirevole realismo. L’ambiente chiuso e tetro del penitenziario
è raccontato come un microcosmo di storie e di varia
umanità, con esiti oscillanti tra l’esilarante
e l’amarognolo che arricchiscono il tema centrale della
storia, ovvero la messa in scena della Passione.
Bella l’idea di far incontrare il neo-realismo del docu-fiction
carcerario con il musical teatrale (con tanto di coreografie
e canzoni), ispirato alla vera storia del regista stesso
che ha lavorato per molti anni con i detenuti, in un film
che si svela al tempo stesso comico, realistico, paradossale
e delicato.
Non tutto è perfetto, in verità, con la realtà
carceraria che non viene esplorata in maniera acuta, ma fa
da semplice sfondo alla storia. Altro difetto è che
la sceneggiatura di Ferrario ha una struttura troppo leggera
per poter contenere tutti gli elementi e le riflessioni che
il regista vorrebbe raccontare su temi come la libertà,
il conflitto tra fede e ragione, l’amore conflittuale
tra due persone agli antipoti per carattere e visione di vita.
Nonostante
certe sue carenze, questo film è un prodotto coraggioso
ed idealista, interessante più per le intenzioni e
la messa in opera che per la storia in sé. Ottima,
infatti, è la regia da report giornalistico,
con sequenze “sporche” filmate con telecamera
digitale che fanno da efficace e paradossale contrappunto
all’artificiosità del Musical.
Molto brava anche la protagonista, una giovane e fresca Kasia
Smutniak, calatasi con molta sensibilità nel suo personaggio.
Paolo
Pugliese