Nel
1959, in Kansas, apparentemente senza motivo due balordi sterminano
a sangue freddo un’intera famiglia di agricoltori. Riportato
sui giornali, il caso dei pluriomicidi attira l’attenzione
dell’ambizioso scrittore giornalista Truman Capote, il quale
decide di cogliere l’occasione per raccogliere “materiale”
per un suo futuro libro e di seguire di persona il processo. Riuscito
a convincere il direttore del prestigioso giornale “New
Yorker” a farsi mandare al processo come inviato, Capote
incontrerà ed intervisterà più volte i due
assassini. Si instaurerà un rapporto particolare tra lo
scrittore ed uno dei due detenuti in attesa di giudizio che sfocerà
a qualcosa di simile all’amicizia e confluirà nella
scrittura e nella pubblicazione sette anni dopo del famoso romanzo
“A Sangue Freddo”, destinato a suscitare consensi
ma anche feroci polemiche.
Questo film propone un pezzo di vita del celebre autore di “Colazione
da Tiffany”, ricostruendo la genesi del suo romanzo più
famoso (e scandaloso). La narrazione di questo film biografico
è molto tradizionale nell’impostazione degli eventi,
si racconta senza cercare altro: nessun effetto, nessun sensazionalismo
o morbosità. La stessa omosessualità (tema molto
in voga in questo periodo) di Capote è descritta al margine
della storia, senza essere messa troppo a risalto e presente puramente
come una delle caratteristiche umane del personaggio. Il film
scava in profondità nell’animo di Capote, scrittore
con la fama di intellettuale snob ed antipatico, cercando di andare
oltre le apparenze e descrivere l’animo più profondo
di un personaggio letterario lucido ed intelligente: grazie anche
all’ottima interpretazione del protagonista Philip Seymour
Hoffman ci viene svelata la complessa interiorità, fragile
e piena di conflitti e dubbi, di un uomo profondamente solo, pronto
da un lato a strumentalizzare chiunque per ottenere informazioni
o benefici per il suo lavoro, mentre dall’altro capace di
stringere un rapporto di amicizia con uno dei due assassini, il
più debole e tormentato, e restargli accanto fino alla
sua esecuzione.
Parlavamo prima della performance interpretativa di Philip Seymour
Hoffman: un caratterista di buona reputazione costruita film dopo
film (“Magnolia”, “Patch Adams”, “La
25°Ora”) con prove d’attore sempre migliori che
qui raggiunge il suo picco più alto rivelandosi, anzi,
confermandosi attore di primo ordine. La sua interpretazione è
a dir poco stupefacente, non solo come rilevante somiglianza fisica,
ma anche come espressione del carattere e dei turbamenti di Capote,
riproducendo nei minimi particolari voce, movimenti e tic.
Ma
il film, il cui punto di forza –inutile negarlo- consiste
proprio nella grande prova di attore di Hoffman, non si ferma
solo a questo e propone allo spettatore anche un mirabile ed equilibrato
ritratto sia di certi ambienti “colti” della fine
degli anni ’50, sia delle atmosfere processuali inerenti
un grave fatto di cronaca sia infine l’ambiente chiuso e
retrogrado degli abitanti della comunità delle vittime
nei confronti dell’eccentrico giornalista, per giunta omosessuale.
Un film di grande impatto emotivo che ha come protagonista un
personaggio complesso e contraddittorio, geniale, narciso ed assolutamente
non simpatico (né “trattato” per piacere al
pubblico) che si svela lungo la narrazione spogliandosi dei suoi
atteggiamenti da dandy arrogante; parallelamente a questo, il
film focalizza con equilibrio e senza enfasi il suo rapporto con
il detenuto attraverso il quale viene raccontato sia lo stesso
Capote sia la genesi del suo libro più famoso.
Paolo
Pugliese