Bree
ha tutte le doti che una donna vorrebbe avere: è elegante,
colta, ironica, determinata. L’unico problema è che
Bree si chiama in realtà Stanley e non è una donna,
ma un transessuale in procinto di operarsi per conquistare definitivamente
la propria identità sessuale. Ai problemi di Bree di una
vita “a metà”, complicata dalle incomprensioni
con i propri genitori (che non l’accettano) e con i suoi
due lavori (con i quali si mantiene e risparmia per l’operazione),
si aggiunge la notizia scioccante di avere un figlio adolescente,
nato da una relazione ai tempi del college e che Bree ignorava
di avere. La terapista di Bree le fa poi sapere che darà
il suo placet alla tanto agognata operazione se lei incontrerà
il figlio, un ragazzo molto problematico detenuto a New York.
Bree si mette dunque in viaggio e, non avendo il coraggio di confessare
al figlio di essere il padre, si presenta a lui come una sorta
di missionaria, portandoselo dietro in un viaggio attraverso l’America
(e da qui il titolo dal duplice significato) che vedrà
i due prima non sopportarsi e poi iniziare un rapporto, difficile
e controverso, ma pur sempre un inizio.
Produzione indipendente (e si vede), slegata dalle major e dai
canoni piatti di Hollywood, questo “Transamerica”
si rivela una commedia agile e ben fatta, a tratti volutamente
sgradevole (come lo è anche la vita) ma anche introspettiva
senza essere né pedante né moraleggiante. La storia
percorre i modelli cine-narrativi dei film “on the road”
e della commedia degli equivoci: i due protagonisti, all’inizio
malamente assortiti, viaggiano senza sapere niente l’uno
dell’altro (il ragazzo ignora che la donna che lo ha fatto
uscire dal carcere è in realtà il padre che sta
cercando da tempo) e senza trovare un punto d’incontro tra
loro su cui grava anche l’equivoco; il viaggio che fanno,
costruito anche con ottimi dialoghi, è destinato ad avere
una duplice e metaforica bivalenza, essendo sia geografico che
introspettivo per l’animo di entrambi.
A noi “Transamerica” è piaciuto davvero molto,
rivelandosi uno dei film migliori distribuiti dall’inizio
di questo nuovo anno. I fattori positivi sono molti, cominciando
prima di tutto dal fatto che la storia affronta tematiche “scabrose”
con molta attenzione e sensibilità, evitando qualsiasi
superficialità o retorica ma senza fare nessuno sconto
allo spettatore: qui non si ride e basta ma ci si commuove e ci
si indigna pure.
La
protagonista non è descritta né interpretata come
una macchietta ma si rivela un personaggio profondo e pieno di
umanità, assolutamente “normale” nella sua
“anormalità”; un plauso alla bravissima Felicity
Huffman (giustamente candidata all’Oscar), rivelatasi ottima
attrice brillante nel serial televisivo di culto “Desperate
Housewives”, che qui si conferma interprete attenta ai dettagli
ed alle sfumature del suo personaggio nonché coraggiosa
nell’interpretarlo e sottoporsi ad un pesante trucco che
ne ha alterato i tratti femminili. Bellissimo poi il finale, aperto
ed assolutamente non consolatorio, che segna ulteriormente la
marcata distanza stilistica di questa bella produzione indipendente
dalle solite ed edulcorate produzioni hollywoodiane.
Paolo Pugliese