Cheyenne
(Sean Penn) è un’ex-Popstar della musica Dark
inglese degli anni ’80, ritiratosi dalle scene da oltre
un ventennio. L’uomo si trascina annoiato e depresso
in una vita senza impegni, senza figli e senza responsabilità,
con la presenza di due sole donne: l’ironica moglie
Jane (Frances McDorman), che gli fa quasi da mamma, e la giovanissima
Mary (Eve Hewson), inquieta ragazza Emo che Cheyenne vorrebbe
far fidanzare con il timido responsabile di una caffetteria.
La monotonia della sua vita viene scossa dalla morte del padre,
con cui non parlava da anni. Dopo averne letto i diari, per
noia e per un senso di colpa nei confronti del genitore, Cheyenne
decide di mettersi sulle tracce di un criminale nazista nascosto
negli Stati Uniti, il quale umiliò suo padre in un
campo di sterminio tedesco. Per lui la ricerca diventerà
non solo un viaggio nel cuore dell'America, ma anche un ritorno
alle radici familiari ed un modo per superare un pesante rimorso
che lo aveva spinto ad abbandonare la sua carriera musicale.
Prendendo
in prestito il titolo da una famosa canzone di David Byrne,
autore della colonna sonora e presente in un cameo nel ruolo
di sé stesso, “This Must Be The Place”
è l’atteso, nuovo film di Paolo Sorrentino, autore
de “Il Divo” e “Le conseguenze dell’Amore”;
il regista napoletano dirige con abilità e creatività
visiva un noir esistenziale che si trasforma in una commedia
on the road ed, al tempo stesso, in un film sull’olocausto
e sulla crescita individuale di ognuno di noi. La storia,
come ha spiegato lo stesso Sorrentino, procede su tre binari:
c’è un lato intimo, inerente una persona adulta
mai cresciuta completamente e la mancanza di rapporto tra
padre e figlio, che porta ad un discorso più ampio,
con la ricerca di una forma di pacificazione con l'orrore
nazista. E c'è infine l'ironia di una commedia stralunata,
grazie ad un personaggio singolare che porta su di sé
tutto il peso del film. Penn si cala con grande misura nel
ruolo dell’adulto immaturo Cheyenne, che grazie a questo
viaggio completerà finalmente il suo percorso esistenziale,
giungendo alla maturità e anche alla riappacificazione
con sé stesso e con le proprie origini. Con un look
da rockstar stile Robert Smith (leader dei Cure), con rossetto,
cerone bianco sul volto e un'appariscente parrucca cotonata,
Penn interpreta con humor controllato un personaggio a forte
rischio di risultare una macchietta grottesca, ma che tanto
l’attore quanto la sceneggiatura riescono a delineare
in maniera credibile ed intrigante: un uomo a prima vista
apatico ed infantile, contraddistinto da una voce sottile
e monotona, unita ad una lentezza nei movimenti (prodotta
da eccessi di alcol e droghe), che però con il tempo
rivela avere un animo fragile e tormentato, iniziando un viaggio
di ricerca senza nessuna dote da investigatore, sfoderando
virtù inaspettate come sarcasmo, costanza flemmatica
ed una certa astuzia mista ad una candida sensibilità.
Il
film ha forti contenuti introspettivi, con ogni sequenza che
assume un determinato significato, sia per la progressione
della trama, sia per l’evoluzione del suo protagonista,
sincronizzandosi con la sua lentezza e seguendolo passo passo
tra anonime camere d’albergo, telefonate alla moglie,
cene solitarie nei dinner, incontri con varia umanità
(un tatuatore, una cameriera-ragazza madre, una vecchia maestra,
un inventore). Sorrentino affronta il mito americano, immergendosi
nella sua grande provincia, tra vasti spazi naturali ed algide
cittadine, narrate in sequenze di grande gusto visivo; la
regia accuratissima dona alla ricerca di Cheyenne sfumature
di un viaggio onirico dell’anima, incentrato su un personaggio
che incarna anche un forte senso nostalgico di certe atmosfere
musicali inglesi degli anni ’80. Nel cast c’è
anche Frances McDormand (Oscar per “Fargo”), la
quale si ritaglia un bel personaggio: quella della moglie
pompiere ed ex-groupies del protagonista, ironica, materna,
innamorata del suo uomo. Bella la prova anche della giovane
attrice emergente Eve Hewson, nel ruolo di Mary, anche se
il suo personaggio viene ben presto accantonato durante la
progressione della storia, lasciandolo un po’ in sospeso.
E questa è una delle caratteristiche del film che convince
di meno, con diversi personaggi introdotti ed abbandonati
forse troppo frettolosamente, senza dargli un senso veramente
compiuto. Il lungo finale si rivela poi eccessivamente sospeso
e straniante, con il regista che finisce per calcare troppo
la mano nei propri intenti metaforici, di analisi cerebrale
e di riflessione esistenziale.
Paolo
Pugliese