Non
bastavano le compagnie petrolifere, i trafficanti d’armi,
il mercato nero dei diamanti… ora ci si mettono pure le
case farmaceutiche a tormentare il Continente nero! All’ombra
delle campagne di lotta all’aids e di aiuto umanitario alle
popolazioni locali, si muovono enormi interessi economici di queste
multinazionali del farmaco che, sfruttando la povertà e
l’ignoranza della gente e la corruttibilità delle
istituzioni statali, riescono a condurre procedure illegali e
traffici ambigui in perfetta impunità, non rinunciando
anche a ricorrere alla violenza contro chi tenta di opporsi, come
purtroppo scopre Tessa Quayle (Rachel Weisz) -attivista per i
diritti umani- che viene assassinata in Kenia.
Il marito di Tessa, il diplomatico inglese Justin (Ralph Fiennes),
inizia ad interessarsi al lavoro della moglie durante i suoi ultimi
giorni di vita prima dell’omicidio e scopre che la povera
donna stava indagando dove non doveva, pestando i piedi ad una
importante industria farmaceutica appoggiata da influenti politici
inglesi. Ben presto precipiterà in un vero ginepraio fatto
di intrighi politici e interessi economici, di sperimentazioni
disinvolte e procedure illegali, le cui vittime erano proprio
le ignare popolazioni locali del Kenia. Solo e senza aiuto, Justin
cercherà di far luce sulla torbida e intricata vicenda
e nello stesso tempo di salvare la pelle. Entrambi gli obiettivi
sembrano molto difficili da conseguire…
“The Constant Gardner” è un thriller diretto
con incisività, buon ritmo e suspence; l’atmosfera
è cupa, tesa, resa ancora più angosciante dai numerosi
flashback che ci mostrano i tanti momenti felici vissuti da Justin
e Tessa prima della tragedia che, per contrasto, fanno risaltare
il disperato presente vissuto dal protagonista. Sin dall’inizio,
poi, si ha una forte sensazione di pessimismo, di ineluttabilità
degli eventi, di lotta eroica ma vana contro questi giganti economici
che tutto controllano e tutto dispongono.
Ma non è tutto qui perché il film, pur portando
avanti con convinzione l’aspetto “giallo”, dedica
spazi non indifferenti (che aumentano man mano che si procede,
sino a diventare preponderanti nel finale) sui temi di denuncia
sociale e sui mille modi con cui il creativo occidente riesce
a depredare e opprimere l’Africa, persino dietro alla rassicurante
facciata degli aiuti umanitari, che dovrebbero essere disinteressati
e che invece non lo sono affatto. Il regista ci mostra un quadro
sconsolante dell’operato dell’occidente: quel poco
che giunge dai paesi ricchi è ampiamente insufficiente
e spesso comporta ai locali più problemi che vantaggi.
Non
sempre accostare tematiche sociali ad altri generi narrativi dà
risultati soddisfacenti, perché si corre il rischio di
divagare o di mettere troppa carne al fuoco, e quindi di far perdere
il filo del discorso allo spettatore.
Ma in questo caso la sintesi tra il thriller e la denuncia è
ben realizzata, evitando che un aspetto venga trascurato a favore
dell’altro. Così come i flashback “romantici”,
che ci mostrano la grande storia d’amore tra Justin e Tessa,
non risultano fuori luogo e non spezzano il ritmo. Insomma, un
ottimo lavoro di bilanciamento dei pesi da parte del regista Meirelles
che giova alla riuscita dell’intero film. E alcune scivolate
nel melodramma, nella facile commozione, nella ricerca della scena
ad effetto o del particolare raccapricciante, pur deplorevoli
ed evitabili, non inficiano il giudizio ampiamente positivo.
Esiste,
alla fine, una speranza per l’Africa? Potrà risollevarsi
questo continente derelitto? Al termine del film è inevitabile
porsi domande di questo tipo. E, sorprendentemente, Fernando Meirelles
ci suggerisce di sì nonostante il film sia a tinte fosche
e pregno di pessimismo: la salvezza, però, non giunge dall’occidente,
dove gli enormi interessi economici soffocano, distorcono e neutralizzano
tutte le lodevoli iniziative delle associazioni volontarie, le
speranze per l’Africa risiedono tutte nell’Africa
stessa, nella sua estrema vitalità, nella sua popolazione
giovane e tenace, positiva e propositiva nonostante tutto, nonostante
le terribili piaghe della fame, della povertà, delle malattie
e delle guerre. Una chiave di lettura che il regista ci fornisce
con chiarezza, grazie a brevi ma intensissime sequenze ambientate
nelle caotiche baraccopoli africane, brulicanti di vita e di attività,
e che contrastano fortemente con le scene girate nelle ben più
ricche, ma più statiche, quasi decadenti, residenze e città
dell’opulento occidente.
Il regista Fernando Meirelles, che già ci aveva deliziato
con “City of God”, sforna un altro film convincente,
impegnativo ma godibile al tempo stesso, impreziosito dalla recitazione
della bella Rachel Weisz (“Constantine”, “About
a Boy”), qui particolarmente dolce e sensuale, che ha meritatamente
vinto l’Oscar per la sua interpretazione. Un film da vedere,
anche se non di facile “digeribilità”, che
fornirà molti spunti di riflessione senza però farvi
minimamente annoiare.
Mario
Colasuonno