“Terminator
Salvation” è il primo capitolo di una nuova trilogia,
ambientata nell’apocalittico futuro da cui provengono
i cyborg chiamati Terminator e teatro della guerra tra umani
e macchine.
Diretto con energia dal regista McG, autore dei due “Charlie’s
Angels”, il film ha per protagonisti tre uomini destinati
ad incontrarsi tra loro nel corso della guerra: il giovane
Kyle (Anton Yelchin), destinato in futuro a viaggiare
nel tempo, il misterioso Marcus (Sam Worthington)
e John Connor (Christian Bale), quest’ultimo
leader/eroe/profeta della resistenza umana contro l’avanzatissimo
network robotico di Skynet, deciso a “sterilizzare”
la terra dagli umani e che -nella precedente trilogia-
aveva tentato inutilmente di eliminare Connor spedendo indietro
nel tempo vari androidi killer.
Se nei tre precedenti film avevamo visto tre differenti tipi
di Terminator antropomorfi come il T-800 (interpretato
da Schwarzenegger), il T-1000 (Jason Patrick)
e la Terminatrix (Kristanna Loken), in questo nuovo
capitolo scopriremo un numero più alto di macchine
assassine, ovvero motocicli antropomorfi, serpenti meccanici,
hovercraft e giganteschi robot.
La
proliferazione di modelli robotici, con relativi effetti speciali,
è uno dei pochi elementi di interesse (soprattutto
visivo) di questo film, che presenta una storia fin troppo
lineare e banale, popolata da personaggi caratterizzati senza
molti spunti d’introspezione. Tutto è raccontato
con molta velocità e poca sostanza, immergendo fin
dai primi momenti lo spettatore nel vivo della storia, introdotta
da un paio di righe di riassunto dopo i titoli di apertura.
In questo nuovo capitolo non ci viene mostrato l’inizio
del conflitto (per l’attacco atomico di Skynet dobbiamo
andare a rivederci il finale di “Terminator 3”),
ma assistiamo alla guerra in corso, che viene illustrata in
maniera blanda e schematica, assumendo i contorni di un semplice
sfondo alle vicende di Marcus, John e il giovane Kyle.
La sceneggiatura non riesce a raccontare efficacemente l’ambito
di devastazione, di paura e pericolo inerente una guerra contro
un nemico implacabile e metodico, né tantomeno sviluppa
progressivamente fatti e personaggi, con una storia che si
limita a fungere da giustificazione narrativa per una serie
di sequenze d’azione. Lo spettatore non viene catturato
emotivamente dalla trama, di per sé abbastanza superficiale
e noiosa nonostante larghezza di mezzi, effetti speciali ed
un montaggio asciutto e veloce. Causa di questo non è
imputabile soltanto alla debolezza dello script, ma anche
alla regia di McG, professionista tecnicamente anche preparato,
ma fallace da un punto di vista di costruzione narrativa,
con inquadrature scolastiche e poco creative, senza un’ombra
di pathos né di focalizzazione dei personaggi.
Ulteriore
elemento di allontanamento dalla prima trilogia è il
concepimento di un habitat non più notturno né
post-urbano, bensì selvaggio, illuminato ed agreste,
che si allontana dalle atmosfere originali riportando alla
mente addirittura quelle della saga di “Mad Max”
(vedi la sequenza dell’inseguimento tra l’autorimorchio
e la robomoto), sottraendo così continuità
e solidità alla storia del film in rapporto a quanto
già visto precedentemente.
E’ poi assente quel clima claustrofobico di desolazione
e pericolo incombente che il regista James Cameron era riuscito
a dipingere nei brevi flashback all’interno dei suoi
due “Terminator”; benché coscienti delle
differenze e difficoltà che ci siano tra il realizzare
pochi minuti di un film ed un intero lungometraggio, non possiamo
non notare quanto quello di McG sia meno originale e più
debole narrativamente dei film diretti da Cameron. “Terminator
Salvation” è un prodotto commerciale fine a sé
stesso, privo della drammaticità, l’ineluttabilità
e la caratterizzazione dei personaggi del leggendario “Terminator”
del 1984, limitandosi a sfruttarne giusto gli archetipi principali.
E la strizzata d’occhio ai precedenti episodi, con il
cameo (digitale) di Schwarzenegger/Terminator, non
fa altro che sottolineare l’estraneità di questo
film con gli altri, aumentando delusione e nostalgia del pubblico.
Paolo
Pugliese