IL TEMPO CHE CI RIMANE

Titolo Originale: The Time that remains
Genere: Drammatico
Regia: Elia Suleiman
Sceneggiatura: Elia Suleiman
Cast: Elia Suleiman, Saleh Bakri, Samar Qudha Tanus, Shafika Bajjali, Tarek Qubti, Zuhair Abu Hanna, Ayman Espanioli, Bilal Zidani, Leila Mouammar, Yasmine Haj, Amer Hlehel, Nina Jarjoura, Georges Khlefi
Produzione: Elia Suleiman, Michael Gentile, Nazira Films, France 3 Cinema, Artemis Productions, Rtbf, Belgacom
Paese d’origine: Palestia/Francia - 2009
Durata: 105 minuti
Data di uscita: 4 Giugno 2010

 

Il regista palestinese Elia Suleiman (Intervento divino, Cronaca d’amore e di dolore) prosegue il suo personalissimo viaggio nel cinema con “Il tempo che ci rimane”. Il conflitto israelo-palestinese ritorna ad essere il centro del suo sguardo, uno sguardo dalla profonda ispirazione documentaristica e autobiografica che rilegge i fatti accaduti con un’ironia di fondo amara e straniante.
Il tempo che ci rimane è quanto di più lontano possa esserci dal linguaggio dei classici film di guerra; è un’opera silenziosa che impone a ogni cliché le proprie intime leggi: alla frenesia e al ritmo contrappone la calma, la staticità, la ripetizione; al rutilante rumore delle bombe sostituisce un silenzio destabilizzante e a tratti sovversivo; sull’ansia sensazionale del conflitto (troppo spesso mistificata dai media) costruisce una storia dall’impianto asciutto e antidrammatico, che nasce direttamente dai ricordi; dal caos estrae una staticità irreale: non urla ma accenna e sussurra, lasciando crudeltà e violenza completamente fuori campo; rilegge la storia e lo spazio pubblico attraverso una dimensione totalmente privata e familiare.

Attraverso i diari del padre Fuad, unitosi alla resistenza palestinese, le lettere inviate dalla madre ai membri della famiglia costretti a lasciare il paese e le proprie personali memorie, il racconto di Elia Suleiman procede senza soluzione di continuità tra decenni diversi, dall’occupazione israeliana del 1948 fino ai tempi odierni, gettando il suo sguardo di bambino, adolescente e uomo maturo sui cosiddetti Arabi Israeliani, ovvero le generazioni private della propria nazionalità, cresciute e invecchiate in una Palestina conquistata da Israele.
“Il tempo che ci rimane” è una visione straniante, surreale, punteggiata da un apparente non-sense (già tutto manifesto fin dall’incipit oscuro e simbolico, che mostra il protagonista smarrito sotto una pioggia torrenziale). La lettura volutamente ironica, a tratti grottesca, è applicata tanto ai militari israeliani quanto ai palestinesi rimasti in patria. I soldati sono burattini dai movimenti irrigiditi e meccanici, talmente ottusi da trasformare involontariamente il loro squallore in sarcastici siparietti degni de “Il Grande Dittatore”: fanno sempre le stesse domande procedendo meccanicamente senza il minimo intuito e sistemano i beni saccheggiati dalle case eseguendo una sorta di ridicola danza. Ma i parenti di Elia non risultano meno drammaticamente comici: il vicino di casa che minaccia quotidianamente di darsi fuoco col kerosene, la zia Olga che è diventata quasi cieca e ogni giorno regala al piccolo Elia un piatto di lenticchie che il bambino sistematicamente getta nella spazzatura, mentre i genitori sono preda dei soliti gesti e delle solite frasi. Suleiman non risparmia neppure se stesso, tratteggiandosi come un bambino (e poi uomo) privo di qualsiasi vitalità, con la testa sempre abbassata, con quello sguardo attonito e inebetito e, soprattutto, preda di un misterioso mutismo che lo accompagna per tutta la durata del film.

È attraverso questo silenzio sovversivo e un po’ forzato che Suleiman affronta la durezza della vita dei palestinesi rimasti dopo il 1948, la pacata alienazione, l’enigmatico straniamento di chi è stato privato della propria identità, della propria anima (estremamente simbolico che il padre Fuad venga operato al cuore). Non a caso spesso i protagonisti sono lasciati fuori campo o relegati ai margini dello spazio, apparentemente l’unico ad avere mantenuto qualche velleità esistenziale (quando Fuad annaffia le sue piante in giardino, sono loro le uniche a rimanere visibili; mentre la madre mangia il gelato, solo quest’ultimo viene inquadrato). Eppure Suleiman ci garantisce che nel pervasivo senso di smarrimento qualche emozione è rimasta, che i sentimenti esistono ancora, devono solo trovare il coraggio di manifestarsi di nuovo, liberamente e senza paure. E così, verso la fine del film, il nonsense trova una sua intima motivazione e i dettagli apparentemente inutili iniziano a comunicare, a modo loro. "Credo che sia un film non da capire ma da sentire", dichiara Suleiman. Così non dobbiamo stupirci se, tutto ad un tratto, lo vediamo saltare con l’asta il bianco muro della vergogna israeliano: è semplicemente il suo modo di dirci che ogni barriera in fondo è superabile e che, in ogni caso, anche se dovesse sembrarci un’impresa impossibile, tutti noi abbiamo il dovere di provare a superarla.

Ilaria Colla