Il
regista palestinese Elia Suleiman (Intervento divino,
Cronaca d’amore e di dolore) prosegue il suo personalissimo
viaggio nel cinema con “Il tempo che ci rimane”.
Il conflitto israelo-palestinese ritorna ad essere il centro
del suo sguardo, uno sguardo dalla profonda ispirazione documentaristica
e autobiografica che rilegge i fatti accaduti con un’ironia
di fondo amara e straniante.
Il tempo che ci rimane è quanto di più lontano
possa esserci dal linguaggio dei classici film di guerra;
è un’opera silenziosa che impone a ogni cliché
le proprie intime leggi: alla frenesia e al ritmo contrappone
la calma, la staticità, la ripetizione; al rutilante
rumore delle bombe sostituisce un silenzio destabilizzante
e a tratti sovversivo; sull’ansia sensazionale del conflitto
(troppo spesso mistificata dai media) costruisce una storia
dall’impianto asciutto e antidrammatico, che nasce direttamente
dai ricordi; dal caos estrae una staticità irreale:
non urla ma accenna e sussurra, lasciando crudeltà
e violenza completamente fuori campo; rilegge la storia e
lo spazio pubblico attraverso una dimensione totalmente privata
e familiare.
Attraverso
i diari del padre Fuad, unitosi alla resistenza palestinese,
le lettere inviate dalla madre ai membri della famiglia costretti
a lasciare il paese e le proprie personali memorie, il racconto
di Elia Suleiman procede senza soluzione di continuità
tra decenni diversi, dall’occupazione israeliana del
1948 fino ai tempi odierni, gettando il suo sguardo di bambino,
adolescente e uomo maturo sui cosiddetti Arabi Israeliani,
ovvero le generazioni private della propria nazionalità,
cresciute e invecchiate in una Palestina conquistata da Israele.
“Il tempo che ci rimane” è una visione
straniante, surreale, punteggiata da un apparente non-sense
(già tutto manifesto fin dall’incipit oscuro
e simbolico, che mostra il protagonista smarrito sotto una
pioggia torrenziale). La lettura volutamente ironica, a tratti
grottesca, è applicata tanto ai militari israeliani
quanto ai palestinesi rimasti in patria. I soldati sono burattini
dai movimenti irrigiditi e meccanici, talmente ottusi da trasformare
involontariamente il loro squallore in sarcastici siparietti
degni de “Il Grande Dittatore”: fanno sempre le
stesse domande procedendo meccanicamente senza il minimo intuito
e sistemano i beni saccheggiati dalle case eseguendo una sorta
di ridicola danza. Ma i parenti di Elia non risultano meno
drammaticamente comici: il vicino di casa che minaccia quotidianamente
di darsi fuoco col kerosene, la zia Olga che è diventata
quasi cieca e ogni giorno regala al piccolo Elia un piatto
di lenticchie che il bambino sistematicamente getta nella
spazzatura, mentre i genitori sono preda dei soliti gesti
e delle solite frasi. Suleiman non risparmia neppure se stesso,
tratteggiandosi come un bambino (e poi uomo) privo di qualsiasi
vitalità, con la testa sempre abbassata, con quello
sguardo attonito e inebetito e, soprattutto, preda di un misterioso
mutismo che lo accompagna per tutta la durata del film.
È
attraverso questo silenzio sovversivo e un po’ forzato
che Suleiman affronta la durezza della vita dei palestinesi
rimasti dopo il 1948, la pacata alienazione, l’enigmatico
straniamento di chi è stato privato della propria identità,
della propria anima (estremamente simbolico che il padre Fuad
venga operato al cuore). Non a caso spesso i protagonisti
sono lasciati fuori campo o relegati ai margini dello spazio,
apparentemente l’unico ad avere mantenuto qualche velleità
esistenziale (quando Fuad annaffia le sue piante in giardino,
sono loro le uniche a rimanere visibili; mentre la madre mangia
il gelato, solo quest’ultimo viene inquadrato). Eppure
Suleiman ci garantisce che nel pervasivo senso di smarrimento
qualche emozione è rimasta, che i sentimenti esistono
ancora, devono solo trovare il coraggio di manifestarsi di
nuovo, liberamente e senza paure. E così, verso la
fine del film, il nonsense trova una sua intima motivazione
e i dettagli apparentemente inutili iniziano a comunicare,
a modo loro. "Credo che sia un film non da capire ma
da sentire", dichiara Suleiman. Così non dobbiamo
stupirci se, tutto ad un tratto, lo vediamo saltare con l’asta
il bianco muro della vergogna israeliano: è semplicemente
il suo modo di dirci che ogni barriera in fondo è superabile
e che, in ogni caso, anche se dovesse sembrarci un’impresa
impossibile, tutti noi abbiamo il dovere di provare a superarla.
Ilaria
Colla