Chi
alla fine degli anni '80 era solo un bambino (o non più
che un adolescente) non li ha di certo dimenticati. Leonardo,
Raffaello, Michelangelo, Donatello: quattro nomi che rimandano
a grandi personaggi del Rinascimento, quattro nomi che rievocano
altrettante verdi figure, dotate di guscio, di fasce variamente
colorate e di armi di altri tempi.
L'immaginario collettivo di quel periodo ne fu letteralmente
invaso. Nate in forma di fumetto, le Teenage Mutant Ninja
Turtles hanno solcato un'epoca, diventando un vero e proprio
culto alimentato da cartoni animati, film, telefilm, videogiochi,
giocattoli, figurine e merchandising di ogni genere. Poi il
silenzio, fino alla recente serie animata, fino ad arrivare
a TMNT, al ritorno ufficiale sul grande schermo di questi
eroi di una generazione ormai passata.
Questa
volta, però, non ci sono i pupazzoni delle tre pellicole
degli anni '90, bensì characters animati per mezzo
delle moderne tecnologie CGI. Ed è tutto estremamente
diverso. Il design dei protagonisti strizza l'occhio a quello
del comic book originale, più smilzo, più dark.
Gli umani, invece, si rivelano troppo cartooneschi, quasi
caricaturali. Le animazioni sono fluide, i movimenti veloci,
forse troppo. I combattimenti si contraddistinguono per l'alto
tasso di spettacolarità, ma soffrono una caoticità
di fondo che talvolta rende incomprensibile la dinamica degli
scontri.
Altrettanta confusione è riscontrabile nella trama.
La storia è qualcosa di già visto, e per questo
facilmente digeribile. TMNT si regge su un soggetto facile,
in quanto ricalca narrazioni trite e ritrite, tra minacce
ancestrali, coincidenze astrali e mostri da rispedire nella
loro dimensione d'origine. Cliché che in ogni caso
fanno parte del repertorio delle Tartarughe Ninja e che sarebbero
dunque accettabili se non fosse per un certo pressappochismo
narrativo che arriva a complicare l'incomplicabile, per l'omissione
di dettagli che avrebbero potuto conferire un valore aggiunto
all'intreccio e per la presenza di villain senza una marcata
personalità.
Forse
gli occhi del bambino non ci sono più e, come canta
Ligabue, "quelli non li danno proprio indietro mai".
Allo sguardo dell'adulto, suo malgrado più critico
di un tempo, non rimane che godersi il pathos di personaggi
il cui essere sempreverdi non si limita di certo al colore
della pelle, di apprezzare le musiche avvolgenti di questo
nuovo episodio cinematografico e di soffermarsi sull'effettivo
piatto forte del film: le relazioni tra i personaggi, in particolare
quella che intercorre tra Leonardo e Raffaello, tra il leader
non abbastanza carismatico e il solitario fin troppo ribelle.
Vi è una conflittualità, a suo modo pura, che
regala spessore all'intera pellicola, attraverso incontri
e scontri, verbali ma anche fisici.
Il tutto avviene in funzione di un'unione ritrovata, del tornare
a far parte di una vera squadra. Di una vera famiglia. Ed
è normale: solo con la coesione le Tartarughe Ninja
possono sperare di sconfiggere l'avversario di sempre, quello
stesso Shredder che sembrerebbe non essere morto davvero.
Si prospetta una nuova battaglia per queste icone pop color
smeraldo, così come un probabile sequel. Incassi permettendo.
Simone
Celli