TMNT

Titolo Originale: TMNT (Teenage Mutant Ninja Turtles)
Genere: Animazione
Regia: Kevin Munroe
Sceneggiatura: Kevin Munroe
Cast voci originali: Chris Evans, Sarah Michelle Gellar, Kevin Smith, Patrick Stewart, Mako, Laurence Fishburne
Colonna Sonora: Klaus Badelt
Produzione: Imagi Entertainment, The Weinstein Company, Warner Bros
Paese d’origine: USA - 2007
Durata: 87 minuti

 

Chi alla fine degli anni '80 era solo un bambino (o non più che un adolescente) non li ha di certo dimenticati. Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Donatello: quattro nomi che rimandano a grandi personaggi del Rinascimento, quattro nomi che rievocano altrettante verdi figure, dotate di guscio, di fasce variamente colorate e di armi di altri tempi.
L'immaginario collettivo di quel periodo ne fu letteralmente invaso. Nate in forma di fumetto, le Teenage Mutant Ninja Turtles hanno solcato un'epoca, diventando un vero e proprio culto alimentato da cartoni animati, film, telefilm, videogiochi, giocattoli, figurine e merchandising di ogni genere. Poi il silenzio, fino alla recente serie animata, fino ad arrivare a TMNT, al ritorno ufficiale sul grande schermo di questi eroi di una generazione ormai passata.

Questa volta, però, non ci sono i pupazzoni delle tre pellicole degli anni '90, bensì characters animati per mezzo delle moderne tecnologie CGI. Ed è tutto estremamente diverso. Il design dei protagonisti strizza l'occhio a quello del comic book originale, più smilzo, più dark. Gli umani, invece, si rivelano troppo cartooneschi, quasi caricaturali. Le animazioni sono fluide, i movimenti veloci, forse troppo. I combattimenti si contraddistinguono per l'alto tasso di spettacolarità, ma soffrono una caoticità di fondo che talvolta rende incomprensibile la dinamica degli scontri.
Altrettanta confusione è riscontrabile nella trama. La storia è qualcosa di già visto, e per questo facilmente digeribile. TMNT si regge su un soggetto facile, in quanto ricalca narrazioni trite e ritrite, tra minacce ancestrali, coincidenze astrali e mostri da rispedire nella loro dimensione d'origine. Cliché che in ogni caso fanno parte del repertorio delle Tartarughe Ninja e che sarebbero dunque accettabili se non fosse per un certo pressappochismo narrativo che arriva a complicare l'incomplicabile, per l'omissione di dettagli che avrebbero potuto conferire un valore aggiunto all'intreccio e per la presenza di villain senza una marcata personalità.

Forse gli occhi del bambino non ci sono più e, come canta Ligabue, "quelli non li danno proprio indietro mai". Allo sguardo dell'adulto, suo malgrado più critico di un tempo, non rimane che godersi il pathos di personaggi il cui essere sempreverdi non si limita di certo al colore della pelle, di apprezzare le musiche avvolgenti di questo nuovo episodio cinematografico e di soffermarsi sull'effettivo piatto forte del film: le relazioni tra i personaggi, in particolare quella che intercorre tra Leonardo e Raffaello, tra il leader non abbastanza carismatico e il solitario fin troppo ribelle. Vi è una conflittualità, a suo modo pura, che regala spessore all'intera pellicola, attraverso incontri e scontri, verbali ma anche fisici.
Il tutto avviene in funzione di un'unione ritrovata, del tornare a far parte di una vera squadra. Di una vera famiglia. Ed è normale: solo con la coesione le Tartarughe Ninja possono sperare di sconfiggere l'avversario di sempre, quello stesso Shredder che sembrerebbe non essere morto davvero.
Si prospetta una nuova battaglia per queste icone pop color smeraldo, così come un probabile sequel. Incassi permettendo.

Simone Celli