Il petrolio è protagonista assoluto di questo film, degli
interessi ecomici stratosferici che lo accompagna, degli intrighi
politici ed economici che gli stanno dietro, del formidabile contrasto
tra l’enorme ricchezza naturale di alcune regioni asiatiche
e mediorientali e l’altrettanto estrema povertà in
cui vivono le popolazioni indigene, delle guerre e instabilità
che il petrolio chiede in cambio al fiume di dollari che procura.
In una parola: petrolio. Non è necessario aggiungere altro,
ci si è capiti al volo.
E se il regista è Stephen Gaghan, lo stesso del celebre
Traffic, allora si può essere sicuri che l’argomento
verrà trattato senza luoghi comuni, senza finti moralismi,
dando una visione spietata ma veritiera della società in
cui viviamo e bandendo ogni tentazione di finali consolatori per
addolcire la pillola.
Film corale, che narra vicende diverse ma tutte legate al petrolio,
vicende che di tanto in tanto si sfiorano, si intrecciano, si
scontrano tra loro. Filo conduttore è sempre il dilemma
di fondo: fino a che punto gli americani sono disposti a sacrificare
i propri ideali per gli enormi interessi che porta il petrolio?
Bisogna chiudere un occhio sulla corruzione e gli intrighi che
le compagnie petrolifere statunitensi mettono in atto per aggiudicarsi
i diritti di trivellazione in medioriente, oppure si deve far
rispettare la legge, anche se questo significa far dirottare altrove
(in Cina nel caso particolare) questo inesauribile fiume di dollari?
Bisogna sostenere il principe arabo riformatore e democratico,
che vuole investire i proventi dell’oro nero per modernizzare
la sua nazione, istituire un parlamento, dare diritti alle donne
e risollevare il tenore di vita della popolazione, ma che ha il
grosso “difetto” di volersi sganciare dall’ingombrante
protezione americana, oppure è meglio affidarsi al principe
poco interessato al benessere del suo popolo e alla democrazia,
ma molto più incline ad accordarsi con le compagnie statunitensi
per spartirsi la ricca torta? Tutti i protagonisti del film dovranno
fare i conti con queste scelte, e molti di loro pagheranno a caro
prezzo la loro posizione. Mentre altri si arricchiranno all’inverosimile…
La pellicola è girata come un documentario, in maniera
secca e asciutta, senza alcuna concessione alla spettacolarità
o ad effetti speciali. Fatti e personaggi vengono introdotti in
maniera neutra, lasciando a chi guarda il compito di dare un giudizio
sugli uni e gli altri.
Una scelta più o meno condivisibile, ma comunque accettabile,
se non fosse che, proprio per questo motivo, risultano fuori luogo
e dissonanti l’inserimento di vicende personali, che nelle
intenzioni del regista dovevano rendere più umani i protagonisti
e quindi avvicinarli allo spettatore, permettere di identificarsi
in loro e perciò farli appassionare alla storia che stanno
seguendo. Il risultato è che invece questi intermezzi sembrano
corpi estranei, messi lì tanto per dare un po’ di
calore alla pellicola, ma che finiscono per evidenziarne ancora
più la freddezza documentaristica della regia.
Se
dai un taglio cronicistico alla narrazione, se trascuri l’aspetto
umano dei protagonisti allo scopo di mostrarci i fatti nella loro
cruda verità, non puoi pretendere che poi mi appassioni
agli screzi con la moglie di un consulente finanziario, al padre
dell’avvocato che beve troppo, al figlio dell’agente
segreto che soffre per la vita errabonda del genitore. Soprattutto
se tali questioni personali vengono calate di punto in bianco,
senza alcuna preparazione e senza alcuna giustificazione narrativa.
E alla fine, non solo non aggiungono nulla al film, ma determinano
anche una fastidiosa interruzione allo scorrere della trama, già
di per sé complicata e difficile da seguire.
Anche le sporadiche scene d’azione, che vedono protagonista
George Clooney, che hanno il compito di portare un po’ di
ritmo e vivacità a uno spettacolo un po’ troppo grigio,
sono poco convincenti e meno ancora incisive, sembrano aggiunte
controvoglia, per ordine di scuderia.
Sfugge a queste incongruenze di fondo che minano il godimento
ottimale del film, la sottotrama che mostra quanto sia ben organizzata
e ben oliata in tutti i suoi meccanismi, la macchina sforna kamikaze.
Il film la segue in tutte le sue fasi: dall’avvicinamento
dei candidati, al loro indottrinamento (un vero e proprio lavaggio
del cervello) per finire con il martirio nell’ormai tragicamente
consueto attentato esplosivo.
In questa spinosissima vicenda il regista dà il meglio
di sé, raccontandola in maniera delicata e umana, emozionante
ma esaustiva al tempo stesso, e in perfetto stile Gaghan, senza
dare giudizi di merito. Analizza le cause economiche, politiche,
culturali e religiose che trasformano un ragazzo pieno di voglia
di vivere in un potenziale kamikaze, ma non trascura di indagare
nell’animo umano di queste persone, il loro travagliato
percorso che li porterà ad immolarsi per quella che credono
una giusta causa. Quindi nonostante sia una sottotrama secondaria,
è quelle che più rimane impressa e che più
emerge dalla pellicola, proprio perché il regista è
riuscito a raggiungere una perfetta sintesi narrativa che invece
gli è sfuggita per tutto il resto del film.
In definitiva devo a malincuore ammettere che Syriana è
riuscito solo in parte. E dico a malincuore perché si tratta
comunque di una pellicola interessantissima, piena di spunti e
di denunce e che farà riflettere a lungo gli spettatori
e gli permetterà di guardare con un punto di vista diverso
e più disincantato alle varie crociate per esportare la
democrazia di cui tanto si parla in questi anni turbolenti. Ma
fare un buon film è un’altra cosa. Un inizio troppo
lento e troppo frammentario, una vicenda complessa e a tratti
incomprensibile, con un ritmo lento che solo a tratti ha delle
fiammate, ma che più spesso sfocia nella noia.
Capisco che non è facile girare un film su un tema scottante
come questo, soprattutto se si vuole dare una visione realistica
degli avvenimenti, ma questo non giustifica le numerose pecche
narrative e di regia che contraddistinguono l’intera pellicola.
Un film che consiglio lo stesso di vedere, soprattutto per quelli
che vogliono capire qualcosa dell’intricata questione mediorientale,
andando oltre alle tante banalità giornalistiche che ogni
giorno ci sorbiamo nelle italiche tv.
Mario
Colasuonno