Dopo
essere stato imprigionato dal giudice Turpin per qualcosa
che non aveva commesso, Benjamin Barker fa ritorno a Londra.
Là si inventa un nuovo nome, Sweeney Todd, ed apre
un salone di barbiere sopra il negozio della signora Lovett,
che vende "i peggiori pasticci di carne della città".
Con l'aiuto della donna, Todd si dedica a ripulire Londra
da tutta l'aristocrazia corrotta e, mentre realizza la propria
vendetta, tenta di ritrovare sua figlia, che è sotto
la custodia del giudice Turpin...
Sweeney
Todd è l’ultimo eroe nero di Tim Burton. Adattamento
di un musical di successo, il film racconta una storia cattiva
e senza speranza ambientata nella Londra vittoriana. L’atmosfera
è la più gotica possibile, eccessiva persino
per un’opera di Burton, che da anni ci fa amare i suoi
personaggi più neri, quasi tutti interpretati da Johnny
Depp -fatta eccezione per il terribile cavaliere senza testa
del bravissimo Christopher Walken-.
L’alchimia
di quest’ultimo lavoro è tutta nelle scenografie
e nei colori: infinite sono le variazioni del nero, che qui
abita non soltanto il racconto ma soprattutto il cuore dei
personaggi. Il diabolico barbiere, che in fondo ha ragione
ma la cui vendetta supererà presto il punto di non
ritorno, è un folle personaggio che da subito inquieta
per l’espressione degli occhi e per il demone che si
intravede a tratti nel suo volto.
La
Londra vittoriana è senz’altro un’ambientazione
convincente per una storia di corruzione morale e la fabbrica
dei pasticci di carne della signora Lowett sembra immediatamente
la versione nerissima di quella del cioccolato del precedente
film di Burton e Depp. Le sfide e i battibecchi, cantati con
passione da tutti i protagonisti, si aprono da subito con
il riuscitissimo duetto/duello tra Todd e Adolfo Pirelli,
un Sacha Baron Cohen bravo anche senza la parlata confusa
del giornalista kazako. Ed è a partire dai confronti
tra tutti i comprimari che si avverte la disturbante sensazione
di avere a che fare con un mondo marcio. Non uno dei personaggi
è interamente buono, sono tutti intrinsecamente cattivi
e perversi, a partire dal giudice fino al povero Toby, che
finirà cambiato per sempre dall’esperienza di
aver vissuto inconsapevolmente sotto lo stesso tetto con due
psicopatici. Unica nota positiva, ma assai sbiadita, è
il povero giovane che giunge in nave con Todd, il cui nome
è Hope, e la cui speranza risulterà in parte
vana.
Il
sangue scorre copioso come mai prima in un film di Burton
e se finora aveva lasciato intuire più che mostrare,
in questo caso il geniale regista decide di esagerare ottenendo
l’effetto incredibile di avvincere lo spettatore, laddove
avrebbe dovuto inorridirlo.
I feticci Depp e Bonham Carter, spesso in combutta col regista
per inquietare al massimo lo spettatore, qua sfoggiano insospettate
doti canore, che accrescono l’orrore per la leggerezza
con la quale cantano, mentre al piano di sotto si macella
carne di dubbia provenienza. Le conseguenze di una vendetta
fuori controllo saranno solo il capolinea della triste storia
del barbiere di Fleet Street; le stazioni intermedie sono
costellate ciascuna da una discesa più profonda nell’inferno
morale, cui i personaggi sono condannati senza appello sin
dall’inizio. La catena di montaggio che i due diabolici
amanti mettono in piedi da un lato si riempie di persone marce
che debbono per forza essere giustiziate, dall’altra
nutre una popolazione affamata di carne resa gustosa dall’intrinseca
cattiveria. Del resto lo diceva anche il vampiro Lestat: "I
cattivi hanno un sapore migliore".
Ed è su questa nota di ottimismo alla Burton che intendo
lasciare lo spettatore a fare i conti con le possibilità
-in realtà piuttosto scarse- di scelta, tra parteggiare
per il diabolico folle duo di assassini o per l’intera
società che li ha creati così come li vediamo.
Anna Maria Palella