Sono
5 anni che l’Uomo d’acciaio, Superman, se n’è
andato: ha abbandonato la Terra per intraprendere, senza successo,
una ricerca dei sopravvissuti del suo pianeta natale, Krypton.
Il mondo ha reagito con sconcerto alla scomparsa del suo protettore.
Quando Superman ritornerà dal suo pellegrinaggio cosmico,
scoprirà che molte cose sono cambiate: il suo grande
amore, Lois Lane, è andata avanti anche senza di lui,
unendosi sentimentalmente con un altro uomo e avendo persino
un figlio, mentre il nemico di sempre, Lex Luthor, sta concependo
un piano per disfarsi per sempre del suo rivale…
È impossibile parlare di Superman returns senza fare
una piccola premessa sulla travagliatissima storia del concepimento
di questo film: l’idea di una quinta pellicola sul personaggio
di Siegel e Shuster risale infatti ad almeno dieci anni fa,
quando un copione (incentrato sulla celebre trama della “morte
di Superman” e scritto dal regista-sceneggiatore Kevin
Smith) venne offerto al regista Tim Burton, allora parecchio
in auge nell’ambiente supereroistico grazie ai suoi
Batman, che immediatamente lo stralciò adattando certe
parti al suo stile dark e gotico. La sceneggiatura venne poi
abbandonata dallo stesso Burton e passata di mano in mano,
nonchè rimaneggiata decine di volte, introducendo di
continuo elementi spesso assurdi -almeno sulla carta- ed in
definitiva senza mai trovare una collocazione o una ragione
d’essere. Qualche anno dopo il progetto riprese corpo,
stavolta sotto forma di rinarrazione delle origini del personaggio:
la sceneggiatura era scritta da J.J. Abrams ("Mission:
Impossible 3") e la regia doveva essere assegnata a mediocri
mestieranti quali Brett Ratner o McG, fedeli esecutori degli
ordini dei produttori (all’epoca una specie di faida
interna alla WB aveva messo molti dei suoi dirigenti l’uno
contro l’altro per il controllo del franchise dell’Uomo
d’acciaio). Il progetto venne accantonato letteralmente
a furor di popolo, dopo che alcuni fan infuriati si mobilitarono
contro il film, eed infine il franchise passò nelle
mani di Singer, già regista della saga degli X-men
(che abbandonò fra lo sconcerto generale proprio alla
vigilia del terzo episodio, che venne poi girato –malissimo-
proprio da quel Ratner che avrebbe dovuto dirigere Superman),
il quale si risolse per un approccio agli antipodi dei suoi
predecessori: niente rinarrazione delle origini ma prosecuzione
della saga (Superman returns è a tutti gli effetti
un seguito del Superman II girato vent’anni fa), aderenza
totale al modello originale di Richard Donner, piglio “autoriale”
e budget stratosferico.
Operazione riuscita? In parte sì, almeno per quanto
riguarda i bersagli più rognosi, ossia il ritmo e la
luce nella quale è ritratto il personaggio di Superman.
Rispetto ai consueti film di supereroi, infatti, Superman
returns è un film fortemente introspettivo e per certi
versi insolito, impegnato com’è a dare un’immagine
poco conciliante e molto malinconica del suo eroe. La solitudine
di Superman, la sua difficoltà di rapportarsi ai comuni
esseri umani e il difficile riavvicinamento alla donna amata
sono dipinti con una notevole sensibilità e delicatezza,
e fanno di una delle più conosciute icone del supereroismo
americano un personaggio fragile e nostalgico, una sorta di
“straniero in terra straniera” ricco di connotazioni
cristologiche. Merito di una fotografia plumbea e autunnale,
di alcune scelte di sceneggiatura coraggiose che difficilmente
andranno giù ai fan accaniti della versione cartacea
(primo fra tutti il figlio di Lois Lane, inesistente nei fumetti,
che fortunatamente viene reso con un certo garbo e mai in
maniera ostentata od esibita; ma anche la mancanza di una
scazzottata con superavversari e la malinconica risoluzione
del rapporto con Lois sono interessanti), e soprattutto grazie
agli attori, tutti piuttosto efficaci ed in parte, compreso
il semiesordiente Brandon Routh e il veterano Kevin Spacey,
che se da una parte modella la sua interpretazione sopra le
righe sul Luthor macchiettistico di Gene Hackman, dall’altro
riesce a conferirgli una certa aura sinistra di minaccia e
di crudeltà.
Dove il film fallisce, purtroppo, è negli sviluppi
di sceneggiatura. Decisamente lo script è piuttosto
piatto e presenta, oltre ad alcune incongruenze neanche tanto
piccole (perché diavolo Superman se n’è
andato senza dare l’addio a Lois Lane?), certi sviluppi
francamente assurdi, come il piano di Luthor, di una sciocchezza
smisurata (anche se viene reso visivamente molto bene). Il
vero punto debole del film, però, è proprio
l’aderenza a dir poco mostruosa al modello estetico
e narrativo del Superman di Richard Donner. Che ci fossero
delle similitudini poteva essere comprensibile (anche la serie
tv Smallville, che rappresenta poi il vero motivo per cui
non si è scelto di ricominciare da capo con i film,
che avrebbero potuto sovrapporsi narrativamente al serial,
è ricalcata sul Superman del 1978), ma il lavoro di
Singer è letteralmente schiavizzato dal suo predecessore,
impegnato com’è a seguirne passo passo ogni sequenza
e ogni spunto visivo e di trama: quasi un remake, più
che un seguito, che non si capisce bene a chi sia diretto:
non ai giovani spettatori, cresciuti senza il film di Donner
ed abituati ai ritmi (e all’ironia) della saga di Spider-man,
ma nemmeno ai feticisti del primo film, che possono già
ritrovare molti degli elementi di Superman returns nella pellicola
originale.
Una scelta piuttosto criticabile, che probabilmente ha influito
sull’insuccesso commerciale del film (fatto a polpette
dalla concorrenza dei blockbuster estivi, primo tra tutti
"Pirates of Caribbean 2"), ed ancora più
incomprensibile se si pensa che il magnifico Batman Begins,
uscito appena un anno fa, rappresentava un nuovo “capitolo
1” benché il film originale di Tim Burton fosse
assai più recente del prototipo supermaniano di Donner.
C’è da augurarsi che, in un eventuale seguito,
Singer si decida a camminare con le sue gambe e a portare
il film in un’altra direzione, ma a questo punto, dati
i magri incassi, il futuro del franchise è incerto.
In definitiva: un film a suo modo insolito, autoriale e riuscito?
Sostanzialmente sì, almeno negli obbiettivi che si
prefissavano regista e sceneggiatori. Ma anche un’occasione
sprecata, che ha impedito un reale rinnovamento del personaggio
e del mito.
Davide
Giurlando
Vai
a DOSSIER SUPERMAN RETURNS