SUPERMAN RETURNS

Titolo Originale: Id.
Genere: Fantascienza/Azione
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura:
Michael Dougherty e Dan Harris
Cast:
Brandon Routh, Kate Bosworth, Kevin Spacey, ,
Colonna Sonora:
John Ottman, John Williams (from "Superman: The Movie")
Produzione: Gilbert Adler, Jon Peters, Bryan Singer
Paese d’origine: USA - 2006
Durata: 154 minuti

 

Sono 5 anni che l’Uomo d’acciaio, Superman, se n’è andato: ha abbandonato la Terra per intraprendere, senza successo, una ricerca dei sopravvissuti del suo pianeta natale, Krypton. Il mondo ha reagito con sconcerto alla scomparsa del suo protettore. Quando Superman ritornerà dal suo pellegrinaggio cosmico, scoprirà che molte cose sono cambiate: il suo grande amore, Lois Lane, è andata avanti anche senza di lui, unendosi sentimentalmente con un altro uomo e avendo persino un figlio, mentre il nemico di sempre, Lex Luthor, sta concependo un piano per disfarsi per sempre del suo rivale…

È impossibile parlare di Superman returns senza fare una piccola premessa sulla travagliatissima storia del concepimento di questo film: l’idea di una quinta pellicola sul personaggio di Siegel e Shuster risale infatti ad almeno dieci anni fa, quando un copione (incentrato sulla celebre trama della “morte di Superman” e scritto dal regista-sceneggiatore Kevin Smith) venne offerto al regista Tim Burton, allora parecchio in auge nell’ambiente supereroistico grazie ai suoi Batman, che immediatamente lo stralciò adattando certe parti al suo stile dark e gotico. La sceneggiatura venne poi abbandonata dallo stesso Burton e passata di mano in mano, nonchè rimaneggiata decine di volte, introducendo di continuo elementi spesso assurdi -almeno sulla carta- ed in definitiva senza mai trovare una collocazione o una ragione d’essere. Qualche anno dopo il progetto riprese corpo, stavolta sotto forma di rinarrazione delle origini del personaggio: la sceneggiatura era scritta da J.J. Abrams ("Mission: Impossible 3") e la regia doveva essere assegnata a mediocri mestieranti quali Brett Ratner o McG, fedeli esecutori degli ordini dei produttori (all’epoca una specie di faida interna alla WB aveva messo molti dei suoi dirigenti l’uno contro l’altro per il controllo del franchise dell’Uomo d’acciaio). Il progetto venne accantonato letteralmente a furor di popolo, dopo che alcuni fan infuriati si mobilitarono contro il film, eed infine il franchise passò nelle mani di Singer, già regista della saga degli X-men (che abbandonò fra lo sconcerto generale proprio alla vigilia del terzo episodio, che venne poi girato –malissimo- proprio da quel Ratner che avrebbe dovuto dirigere Superman), il quale si risolse per un approccio agli antipodi dei suoi predecessori: niente rinarrazione delle origini ma prosecuzione della saga (Superman returns è a tutti gli effetti un seguito del Superman II girato vent’anni fa), aderenza totale al modello originale di Richard Donner, piglio “autoriale” e budget stratosferico.

Operazione riuscita? In parte sì, almeno per quanto riguarda i bersagli più rognosi, ossia il ritmo e la luce nella quale è ritratto il personaggio di Superman. Rispetto ai consueti film di supereroi, infatti, Superman returns è un film fortemente introspettivo e per certi versi insolito, impegnato com’è a dare un’immagine poco conciliante e molto malinconica del suo eroe. La solitudine di Superman, la sua difficoltà di rapportarsi ai comuni esseri umani e il difficile riavvicinamento alla donna amata sono dipinti con una notevole sensibilità e delicatezza, e fanno di una delle più conosciute icone del supereroismo americano un personaggio fragile e nostalgico, una sorta di “straniero in terra straniera” ricco di connotazioni cristologiche. Merito di una fotografia plumbea e autunnale, di alcune scelte di sceneggiatura coraggiose che difficilmente andranno giù ai fan accaniti della versione cartacea (primo fra tutti il figlio di Lois Lane, inesistente nei fumetti, che fortunatamente viene reso con un certo garbo e mai in maniera ostentata od esibita; ma anche la mancanza di una scazzottata con superavversari e la malinconica risoluzione del rapporto con Lois sono interessanti), e soprattutto grazie agli attori, tutti piuttosto efficaci ed in parte, compreso il semiesordiente Brandon Routh e il veterano Kevin Spacey, che se da una parte modella la sua interpretazione sopra le righe sul Luthor macchiettistico di Gene Hackman, dall’altro riesce a conferirgli una certa aura sinistra di minaccia e di crudeltà.

Dove il film fallisce, purtroppo, è negli sviluppi di sceneggiatura. Decisamente lo script è piuttosto piatto e presenta, oltre ad alcune incongruenze neanche tanto piccole (perché diavolo Superman se n’è andato senza dare l’addio a Lois Lane?), certi sviluppi francamente assurdi, come il piano di Luthor, di una sciocchezza smisurata (anche se viene reso visivamente molto bene). Il vero punto debole del film, però, è proprio l’aderenza a dir poco mostruosa al modello estetico e narrativo del Superman di Richard Donner. Che ci fossero delle similitudini poteva essere comprensibile (anche la serie tv Smallville, che rappresenta poi il vero motivo per cui non si è scelto di ricominciare da capo con i film, che avrebbero potuto sovrapporsi narrativamente al serial, è ricalcata sul Superman del 1978), ma il lavoro di Singer è letteralmente schiavizzato dal suo predecessore, impegnato com’è a seguirne passo passo ogni sequenza e ogni spunto visivo e di trama: quasi un remake, più che un seguito, che non si capisce bene a chi sia diretto: non ai giovani spettatori, cresciuti senza il film di Donner ed abituati ai ritmi (e all’ironia) della saga di Spider-man, ma nemmeno ai feticisti del primo film, che possono già ritrovare molti degli elementi di Superman returns nella pellicola originale.

Una scelta piuttosto criticabile, che probabilmente ha influito sull’insuccesso commerciale del film (fatto a polpette dalla concorrenza dei blockbuster estivi, primo tra tutti "Pirates of Caribbean 2"), ed ancora più incomprensibile se si pensa che il magnifico Batman Begins, uscito appena un anno fa, rappresentava un nuovo “capitolo 1” benché il film originale di Tim Burton fosse assai più recente del prototipo supermaniano di Donner. C’è da augurarsi che, in un eventuale seguito, Singer si decida a camminare con le sue gambe e a portare il film in un’altra direzione, ma a questo punto, dati i magri incassi, il futuro del franchise è incerto.
In definitiva: un film a suo modo insolito, autoriale e riuscito? Sostanzialmente sì, almeno negli obbiettivi che si prefissavano regista e sceneggiatori. Ma anche un’occasione sprecata, che ha impedito un reale rinnovamento del personaggio e del mito.

Davide Giurlando

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