Film
definito dal suo stesso regista Zack Snyder come un “Alice
nel paese delle meraviglie con i mitragliatori”, Sucker
Punch è un Action-Fantasy-Dark che mescola atmosfere
fantascientifiche e steampunk a quelle di film bellici e di
cappa e spada giapponesi, con una storia drammatica ambientata
in un manicomio degli anni ’50. La protagonista è
una ragazza (Emily Browning) che, dopo la morte della madre,
viene rinchiusa dal perfido patrigno in un manicomio: per
sfuggire ad una realtà ed un destino orribili, la ragazza
si rifugerà in un proprio mondo di fantasia nel quale
è una guerriera chiamata Babydoll. Col passare del
tempo inserirà nel suo sogno altri personaggi conosciuti
nel manicomio, ovvero, le guerriere Blondie (Vanessa Hudgens),
Amber (Jamie Chung), Rocket (Jena Malone) e Sweet Pea (Abbie
Cornish). Con loro vivrà avventure incredibili tra
bombardamenti, ninja, killer robotici, draghi, soldati zombie,
realtà alternative, duelli con spade, scontri a fuoco
ed arti marziali. Nell’arco di 5 giorni, che precedono
la sua lobotomia, Babydoll utilizzerà il suo stesso
mondo onirico per pianificare un’evasione dal manicomio,
coordinandosi insieme alle sue amiche.
Forte
di successi cinematografici come “300”, “Watchmen”
e il remake “L’Alba dei morti Viventi”,
Zack Snyder ha ottenuto carta bianca per la realizzazione
di questo progetto che lo vede autore completo, firmando sia
regia che sceneggiatura: il risultato però, è
tutt’altro che riuscito, rivelandosi una Luna Park cinematografico
pieno di luci, colori ed effetti speciali, ma senza contenuti
rilevanti, sostituiti da eccessivi virtuosismi tecnici e citazioni
cinematografiche che rasentano il plagio (da “Il Signore
degli Anelli” a “Kill Bill” e “Batman
Begins”, tanto per fare qualche nome).
Sorretto da una sceneggiatura esilissima, sia nei suoi elementi
narrativi che nel suo sviluppo e nella caratterizzazione dei
suoi personaggi, “Sucker Punch” si svolge come
un videogioco, con 5 livelli di progressiva difficoltà
che corrispondono ad altrettante missioni oniriche ambientate
di volta in trincee nemiche, una Parigi bombardata, treni
blindati, pianeti alieni, castelli con orchi e draghi: ogni
missione corrisponde alla ricerca di 5 oggetti (una piantina,
un coltello, una chiave, un accendino…) che serviranno
per la fuga dal manicomio. Il problema è che, a parte
l’inizio e la conclusione, il film non fa mai vedere
la realtà oggettiva della protagonista nell’ospedale
psichiatrico, ma le sovrappone un doppio impianto onirico:
da un lato il manicomio viene sostituito da una specie di
bordello lager dove sono imprigionate le 5 ragazze/pazienti/guerriere,
mentre dall’altro le fasi della pianificazione della
fuga sono visualizzate sotto forma di missioni suicide di
cui sopra. Un impianto narrativo estremamente labile, farraginoso
e ripetitivo che procede a compartimenti stagni, con sequenze
d'azione pretestuose e scollegate tra loro, che stancano fin
da subito nonostante un tripudio di effetti speciali e virtuosismi
registici e di montaggio. La causa principale è che,
nonostante un impianto visivo molto ricco e un’idea
centrale abbastanza originale e divertente (pianificare un'evasione
attraverso un'avventura immaginaria), il film sconta la pochezza
di una narrazione improntata su un’eccessiva cifra stilistica
senza il supporto di una sceneggiatura valida e concreta.
Più
che un film, quindi, il pubblico si trova davanti un’accozzaglia
di scene da fumetto che saccheggiano l'iconografia di videogiochi,
comics americani, manga giapponesi ed altri film; il tutto
senza un'oncia di originalità o di rielaborazione,
scopiazzando a destra e sinistra senza curare minimamente
una sceneggiatura che, sulla carta, poteva essere anche interessante,
ma la cui trasposizione su pellicola è quanto mai superficiale,
banale e ripetitiva.
Paolo
Pugliese