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State
of Play è prima di tutto un atto d’amore verso
il giornalismo. Tutto il film, fino all’ultimo fotogramma,
sprigiona amore per i giornali, per quell’incredibile
e frenetico mondo che, passando da editori sempre sull’orlo
di una crisi di nervi per i dati di vendita a giornalisti in
perenne e insonne ricerca di notizie, ai fotocompositori, tipografi
e camionisti, permette ogni santo giorno di farci trovare nelle
edicole la nostra copia giornaliera ancora calda di stampa,
il nostro cordone ombelicale con il resto del mondo.
La pellicola omaggia quel giornalismo d’assalto, il giornalismo
investigativo dei tanti storici scoop, un giornalismo che, soprattutto
negli anni ’70, è stato omaggiato da tanti film
altrettanto storici. E chi è appassionato del genere
troverà certamente molte affinità con questa pellicola.
Trattandosi di un elogio sperticato per questo mondo, tutto
il resto passa un po’ in secondo piano: la trama ad esempio,
è curata, abbastanza solida, ma piuttosto classica, poco
originale. Anche l’inevitabile colpo di scena finale è
telefonato e prevedibile. Ma comunque serve al suo scopo, è
il pretesto per raccontarci di questa bella indagine giornalistica,
e i suoi due affascinanti protagonisti…
Cal McAffrey (Russell Crowe)
è un professionista navigato ed esperto, che gode di
ampio credito ai piani alti del giornale. E’ un giornalista
vecchia maniera: gira con un rottame d’auto, non è
particolarmente interessato alla tecnologia, ai nuovi mezzi
di comunicazione, web, blog… però è curioso,
tenace, gli piace indagare di persona, si reca la mattina
presto sui luoghi dei delitti, cura le sue fonti, nella polizia
e non, guarda, fiuta, segue l’intuito. Al giorno d’oggi,
abituati a chiamare giornalisti persone che, al sicuro in
alberghi di lusso a parecchi chilometri dagli eventi, pretendono
di raccontarci le notizie semplicemente ripetendo quello che
sentono alla tv sintonizzata sulla CNN, questo giornalista
ci sembra un po’ utopico, un po’ romantico, certamente
nostalgico, ma indubbiamente affascinante. Coprotagonista
è Della Frye (Rachel McAdams), giovane e spregiudicata,
cura un blog sul sito del giornale, e a prima vista è
tutto l’opposto di Cal: non è difficile immaginare
che, dopo i primi istanti di diffidenza, i due andranno perfettamente
d’accordo!
Cal si occupa di un normalissimo caso di cronaca nera, mentre
Della di un altrettanto normale scandalo politico a sfondo
sessuale. Due casi diversi, assegnati a due persone diverse,
con indagini condotte con metodi diversi. Ma ben presto scopriranno
di star lavorando allo stesso caso, che di normale ha ben
poco. E più indagano e più gli scenari si fanno
foschi ed imprevedibili. E devono lottare contro tutto e tutti:
politici, società d’affari, militari, la polizia,
i loro stessi editori.
Cinico
uno quanto entusiasta l’altra, esperto lui ed ingenua
lei, circospetto il primo quanto spregiudicata la seconda,
questa coppia così male assortita è costretta
a collaborare, prima di controvoglia ma poi con sempre maggior
affiatamento, perché scopriranno, nonostante le diversità,
di avere qualcosa che li accomuna: la passione per il loro
lavoro, la ricerca della notizia, il sacro fuoco che li spinge
ogni volta un po’ più vicini alla verità,
allo scoop, incuranti dei pericoli quanto delle esigenze editoriali.
E le loro opposte caratteristiche, che sembravano così
distanti all’inizio, finiranno per confondersi se non
proprio per capovolgersi.
Russell Crowe, per esigenze di copione parecchio ingrassato,
è perfetto nel suo ruolo, che sembra proprio cucito
su di lui. Altrettanto brave Helen Mirren e Robin Wright Penn
(la moglie di Sean Penn), in ruoli minori ma strategici per
la trama. Cercano, e in gran parte ci riescono, di non sfigurare
Rachel McAdams e Ben Affleck, quest’ultimo in un ruolo
difficile e tormentato.
In conclusione State of Play (adattamento cinematografico
di una miniserie televisiva inglese di qualche anno fa) è
un film appassionante, divertente, senza cali di tensione,
dallo sviluppo piuttosto classico, inteso nell’accezione
positiva del termine, ben recitato e girato.
Un film che consiglio caldamente, di quelli come li facevano
una volta…
Mario
Colasuonno
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