Ian
e Terry sono due fratelli che hanno debiti e sogni al di sopra
della loro possibilità di pagamento.
Lo zio ricco sembra dapprima la chiave per accedere alla risoluzione
se non facile, almeno possibile dei loro immediati problemi,
ma poi si rivela per quello che realmente è: l’amplificatore
involontario delle loro difficoltà, alle quali aggiungerà
un conflitto di coscienza niente affatto facile da risolvere.
La
cosiddetta trilogia londinese di Woody Allen ha in realtà
un antenato assai precedente al trasloco europeo del maestro
di New York, il lontano ed insuperato "Crimini e Misfatti",
ambientato in una New York gelida e cinica, il cui portato
emotivo risulterà tale da indurre il suo creatore,
negli anni successivi, a correggere il tiro e a diluirne i
contenuti in altri film.
Nel capolavoro del 1989, il protagonista Judah Rosenthal,
un bravissimo Martin Landau, ad un certo punto riassume in
una sola frase l’inizio delle speculazioni su colpa
ed espiazione che ancora oggi si dibattono nella mente e nel
cuore del maestro newyorkese: “Dio è un lusso
che non mi posso permettere”.
"Match Point", affronta da un’angolazione
trasversale il problema e ci mostra l’evoluzione del
pensiero di Allen, in cui la fortuna a volte può consentire
una fuga dalla colpa o peggio dall’espiazione che a
questa, almeno in passato, sembrava indissolubilmente legata.
Inoltre il film ha dalla sua una buonissima interpretazione
del Jonathan Rhys Meyers, che aveva in precedenza tratteggiato
altrettanto bene un ambiguo David Bowie, il cui fantasma senza
nome infestava la bellissima pellicola di Todd Haynes, "Velvet
Goldmine". Mentre "Scoop", seppur più
debole, può annoverare una delle più riuscite
macchiette dell’ultimo periodo del Woody Allen attore,
il truffatore Splendini, e qui la tematica risulta un tantino
più annacquata se non a tratti anche buonista. Ma ecco
che con questo "CASSANDRA'S DREAM" Allen sembra
voler ritornare alle origini del dibattimento morale che ancora
oggi pare opprimerlo.
I due fratelli rappresentano sin da subito le due facce del
conflitto del loro creatore: uno appare vacuo e pericolosamente
amorale, per questo destinato al perseguimento del proprio
tornaconto a tutti i costi, mentre l’altro, vizioso
e terribilmente distruttivo, darà il via alla vera
tragedia. Tutti e due hanno un punto debole, i sogni che non
possono realizzare e la loro dipendenza da essi. Gli auspici
sono dei peggiori fin dall’inizio, del resto chi mai
comprerebbe una barca dal funesto nome di Cassandra’s
dream? La mitologia greca è un altro degli amori di
Allen, egli dissemina con passione in molti suoi film citazioni
e ammiccamenti, anche divertenti, quando non usati a monito
della direzione drammatica del pensiero del regista. E se
un coro greco che racconta le gesta di Edipo in chiave contemporanea
può esser considerato un aggiornamento divertente,
certo con Cassandra c’è poco da stare
allegri. Stavolta la citazione scelta da Allen è di
quelle funeste e, come Cassandra, anche lo spettatore -che
capisce da subito come finirà la storia- si sente inascoltato
e soffrirà non poco della sua chiara visione dell’epilogo
che aspetta i due ingenui fratelli.
Gli attori sono come sempre perfettamente diretti e nella
parte, in maniera mai vista altrove nel caso del vacuo Ewan
McGregor, e in precedenza soltanto intuito come possibile
in quello di Colin Farrell.
Ma
se spesso in altre occasioni Allen riusciva ad inquietare
e contemporaneamente ad incantare lo spettatore, a volte con
piccole tracce lasciate cadere qua e là ad indicare
i sentimenti nascosti nel racconto, in questo nuovo lavoro
si avverte una freddezza di fondo che alla fine lascia poco
coinvolti. Se è vero che la bellissima colonna sonora
di Philip Glass sottolinea da subito la reale direzione del
film e che la fotografia gelida -il cui capolavoro è
l’inquadratura finale- regala tutti i brividi che la
trama suggerisce solamente, è nello scarso coinvolgimento
dell’autore che emergono i dubbi sul vero intento della
narrazione. Allen vuole certo sottolineare il pericolo della
deriva morale data dall’impossibilità di sfuggire
ai propri peccati, ma il tutto risente di una stanchezza di
fondo, come se alla fine anche il regista si chiedesse il
motivo di tanto accanirsi a raccontare dilemmi mai risolti
e solo per questo sempre attuali.
Anna
Maria Pelella