Nel
mondo del crimine organizzato di Las Vegas, tutti vogliono
Buddy "Aces" Israel. Morto.
Israel è un illusionista, star dei teatri e dei casinò
della città la cui frequentazione di alcuni esponenti
della malavita gli dà l’illusione di poterne
scalare la gerarchia e diventarne a sua volta uno dei leader.
Ex-pupillo del potente boss italo-americano Primo Sparazza
(il nome è tutto un programma), Buddy lo tradisce e
spacca in due la sua “famiglia”, provocandone
l’ira vendicativa. Intanto gli agenti dell’FBI,
grazie ad alcune intercettazioni, intuiscono che Buddy può
essere la chiave per far uscire allo scoperto ed incastrare
Sparazza in breve tempo, quindi decidono di porre Aces sotto
custodia e portarlo di fronte al giudice. La situazione si
complicherà parecchio per Aces, visto che Sparazza
pone una taglia sulla sua testa di un milione di dollari e
sia l’illusionista che gli agenti dell’FBI si
ritroveranno alle calcagna killer psicopatici, mercenari paramilitari
e neonazisti, virago armate fino ai denti e cacciatori di
taglia trasformisti, pronti a fare fuori Aces ed intascare
la ricompensa offerta dal boss.
SMOKIN' ACES, letteralmente “Assi Fumanti”, è
una commedia dark d’azione abbastanza gradevole, con
uno sviluppo caleidoscopico che illustra la storia dai punti
di vista di tutti i molteplici personaggi che popolano la
storia corale.
Il regista Joe Carnahan (“Narc”, “Ticker”)
firma tanto la regia quanto la sceneggiatura di quello che
probabilmente è il miglior film della sua carriera:
una pellicola di puro intrattenimento che propone una caccia
all’uomo volutamente sopra le righe, sia per sviluppi
che per galleria di carachters, con un impianto narrativo
ironico e surreale come un fumetto d’azione ed un montaggio
sincopato. Per atmosfere estreme e sanguigne, siamo dalle
parti di film come “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino
oppure il più recente “Slevin-Patto Criminale”
di Paul McGuigan, ma nonostante il livello decisamente inferiore,
il risultato è quantomai apprezzabile, con Carnahan
che porta il suo film allegramente all’eccesso; tutti
i suoi personaggi finiscono per trovare il proprio destino
(massacrarsi a vicenda, avere vendetta, addirittura imbattersi
nell’amore) in un’escalation progressiva e sarcastica
che, se da un lato intriga lo spettatore, dall’altro
lo disarma con un finale crepuscolare e svuotato di adrenalina
che lascia un leggero senso di incompletezza, acuito da un
colpo di scena costruito progressivamente lungo il film, ma
che si rivela comunque poco credibile ed abbastanza gratuito.
Corposo e variopinto il cast, composto in particolar modo
dai granitici Andy Garcia e Ray Liotta, da Ben Affleck (in
poco più di un cameo), la cantante Alicia Keys (davvero
intrigante, al suo debutto cinematografico), gli emergenti
e grintosi Ryan Reynolds e Common (un rapper prestato al cinema)
e soprattutto il caratterista Jeremy Piven (“The Family
Man”, “Cose molto cattive”), davvero molto
bravo nel dare vita al personaggio istrionico e tormentato
dell’illusionista Israel.
Paolo
Pugliese