L’Apocalisse
prossima ventura sembra essere tornata di gran moda e, poco
dopo i lemmings suicidi di M. Night Shyamalan, arriva questo
“The Signal”, prodotto indipendente già
passato lo scorso anno al solito Sundance. Tutte le radio,
i cellulari e i televisori della città di Terminus,
nome che s’immagina non casuale, trasmettono un segnale
ipnotico, che causa una psicosi di massa. Invece di porre
fine alla propria vita, le persone influenzate dalla misteriosa
interferenza preferiscono toglierla agli altri, preferibilmente
in maniera cruenta e dolorosa. Mentre nel film di Shyamalan
gli attori cercavano di conformare la propria espressività
a quella della flora che ne tramava l’estinzione (forse
un’imprevedibile astuzia mimetica), e gli unici momenti
folgoranti erano dedicati ai compassati suicidi, in “The
Signal”, opera di pretese assai più basse e che
sconta evidenti limiti di budget, a funzionare è proprio
il terzetto di protagonisti di cui seguiamo le disavventure.
Attraverso
tre “trasmissioni” (Crazy in love, The Jealousy
monster e Escape from Terminus), firmate da tre registi diversi,
“The Signal” racconta la storia di Mya che, afflitta
dal gelosissimo marito Lewis, ha una relazione clandestina
con Ben. Alla vigilia del Capodanno, tornando a casa, nota
che gli abitanti del suo condominio, a cominciare dal marito,
iniziano a comportarsi stranamente e ad utilizzare in modo
improprio mazze da baseball, cesoie da giardino, vanghe e
quant’altro, e non ci mette molto a capire che c’è
qualcosa che non va; decide così di lasciare la città,
mentre i due uomini si mettono sulle sue tracce.
I
riferimenti partono dal prototipo del genere, “La città
verrà distrutta all’alba”, e arrivano fino
a “28 giorni dopo”, mentre la coincidenza con
“The Cell” di Stephen King appare casuale, perché
i due prodotti erano in gestazione contemporaneamente. Ma
agli autori non interessa fare un cinema “politico”
alla Romero, bensì raffigurare un’Apocalisse
contemporanea, ovvero priva del versante escatologico, in
bilico tra gore e humour nero che finisce per non essere né
horror né commedia, creando un miscuglio dal sapore
inusuale. L’inizio del film rientra perfettamente nei
canoni del genere e può vantare qualche scena indovinata,
come quella dell’omicidio visto attraverso lo specchietto
retrovisore, ma la parte centrale, diretta da Jacob Gentry,
ha più della black comedy, con l’impagabile personaggio
che, incurante dei cadaveri sparpagliati un po’ dappertutto,
si presenta alla festa augurandosi di rimorchiare una ragazza
per festeggiare degnamente il Capodanno.
Eppure anche questo supposto alleggerimento si rivela ingannevole,
dato che l’umorismo sterza bruscamente e la tranche
finale è considerevolmente più cupa, vantando
persino qualche inquadratura rubacchiata da “Kairo”
di Kurosawa Kiyoshi, mentre il finale rimane volutamente ambiguo.
Girato
in digitale in due settimane, con un budget inferiore ai 5
milioni di dollari (bassissimo per gli standard americani),
“The Signal” è interpretato da attori semisconosciuti
di Atlanta, che riescono a tener sempre desta l’attenzione
anche durante le inevitabili cadute di tono. In particolare
Anessa Ramsey, nella parte di Mya, e Justin Welborn, in quella
di Ben, sono una spanna sopra agli altri, riuscendo nella
non trascurabile impresa di far appassionare lo spettatore
alla loro sorte: una caratteristica elementare ma fondamentale
per questo genere di film, e una cosa in cui “E venne
il giorno” falliva completamente, sciorinando dialoghi
che, tra tiramisù clandestini ed avvenenti farmaciste
erano sì un’Apocalisse, ma della sceneggiatura.
Nicola
Picchi