SICKO

Titolo originale: Id.
Genere: Documentario
Regia: Michael Moore
Sceneggiatura: Michael Moore
Colonna sonora: Erin O'Hara
Produzione: Dog Eat Dog Films, The Weinstein Company
Paese d'origine: USA - 2007
Durata: 120 minuti

 

Leggendo le poche notizie in rete, qualche mese fa, a proposito del nuovo film di Moore si poteva notare che l’aggettivo più ricorrente attribuito all’ultima fatica del regista del Michigan era “efficace” ma “demagogico”, come se qualcuno si fosse peritato apposta di “mettere le mani avanti”, per così dire, al fine di disincantare il pubblico ancor prima di poter giudicare di persona il valore del film visto l’interesse suscitato, per non parlare di tutte le conseguenti aspettative.
Tanto più se consideriamo che Moore si proponeva di mettere il dito in una delle piaghe più purulente dell’American Way of Life, vale a dire quella mentalità talmente individualistica e priva di qualunque solidarietà sociale da portare alla morte chi non può pagarsi le spese mediche… Un momento: parliamo della Cina, vero? No, avete letto bene, negli USA si muore di sanità, a meno che non hai i soldi per pagartela, e neanche in quel caso puoi stare sicuro. Intervistato di recente in Italia a proposito del tema di Sicko, Michael Moore affermava: "Voi avete lunghe liste d'attesa ma se siete gravi vi curano subito. Da noi si muore e in questo modo si eliminano le liste"…
Il film si basa su testimonianze reali di gente che ha sperimentato l’infernale sistema sanitario americano sulla sua pelle, selezionando le storie più significative tra le oltre venticinquemila mail arrivate a Moore stesso in posta elettronica e rispondenti al quesito: “raccontatemi le vostre esperienze con le compagnie di assicurazione sanitaria”… del resto anche uno dei più bei libri recenti dello scrittore-regista, Ingannati e traditi, era basato sulle vere testimonianze via mail dei soldati di stanza in Iraq, Afghanistan e altrove nel mondo: ragazzi che hanno visto in faccia l’orrore, quello vero, un libro asciutto ed essenziale senza alcuna ombra di demagogia, cosa spesso attribuita al regista non senza un po’ di ragione, come vedremo.

Il motivo per cui il film ci è piaciuto nonostante qualche difettuccio è lo stesso per cui tanto era piaciuto al mondo il primo film che diede a Moore la notorietà e anche un Oscar, Bowling for Colombine: il fatto cioè che a differenza di Farenheit 9/11, ad esempio, che narrava con un fine apertamente politico e antibushita i motivi della guerra in Iraq ma dicendo cose che in fondo erano ampiamente risapute, questo film come Bowling racconta cose che per chi non conosca a fondo la realtà degli USA oggi appaiono tanto più assurde e paradossali quanto meno esse sono conosciute all’estero, quelle cose che all’improvviso sono capaci di toglierci dagli occhi tutte le belle illusioni che tutti i giorni ci vendono in TV a proposito della “terra della Libertà e patria del Coraggio”, cose tanto più assurde quanto più esse sono realtà di tutti i giorni nella sedicente “più grande democrazia (?) del mondo”.

In un susseguirsi di registri narrativi e stilistici che vanno dal comico, al tragico, alla commozione, ci vengono presentate diverse storie “vere” e personali, dall’operaio che dopo un incidente che gli ha portato via due dita viene messo davanti alla dura scelta di quale dito gli devono riattaccare in ospedale poiché non può permettersi entrambi dato che gli costerebbe troppo, ai genitori ai quali la compagnia assicurativa accetta di pagare un impianto cocleare per guarire la sordità della figlioletta, ma ad un solo orecchio perché pagare due orecchie sarebbe da considerarsi “cura sperimentale” (!), a casi ben più tragici come il rifiuto di pagare un semplice trapianto di midollo ad un poveraccio lasciandolo morire di cancro (come nell’Uomo della Pioggia di John Grisham, quando si dice la realtà supera ogni immaginazione…). Altro tragicomico capitolo è l’infinita serie di meschine scuse delle compagnie per rifiutarti di stipulare la polizza se ancora non ce l’hai, e se ce l’hai già di rifiutarsi di pagare le spese mediche lasciandoti letteralmente crepare senza il minimo scrupolo (in fondo i soldi risparmiati son soldi guadagnati, no?), e addirittura di contestare contratti già stipulati col pretesto che gli avresti nascosto una “malattia preesistente” che può essere una banalissima infezione della pelle… Bè, che ci crediate o no, che vi piaccia o no, questa è l’America, dove 45 milioni di persone non hanno l’assicurazione sanitaria, e diciottomila all’anno muoiono – anzi, vengono lasciati morire, perché semplicemente gli vengono negate cure mediche anche banali. E la cosa peggiore è che, prove alla mano, questa non è ottusità burocratica ma comportamento deliberatamente criminale, questo nel film viene chiaramente mostrato con filmati e testimonianze.

Passando ai lati del film – pochi in verità – che possono far storcere un po’ il naso, si intravede anche qui un fine un po’ politicheggiante, attribuendo tutta la responsabilità di questa spaventosa situazione a leader del passato tanto universalmente deprecati (tutta la colpa viene data all’amministrazione Nixon) che ormai è come sparare sulla classica croce rossa, mentre il discorso si dovrebbe allargare più in generale ad un sistema preciso, quello interamente e fanaticamente capitalista, che si autoperpetua a danno della gente come una macchina impersonale quanto assassina e spietata, dove l’interesse è sovrano e il denaro è religione al punto da venire difeso a tutti i livelli anche sulla pelle dei singoli individui, i quali paradossalmente finiscono per contare meno che in uno dei tanto deprecati “stati canaglia” a dispetto di tutte le belle parole dell’imbonimento mediatico quotidiano; inoltre a volte può irritare un po’ vedere Moore che – questo si, un po’ demagogicamente – si diverte spesso a fare lo “scemo di guerra”, per così dire, quando si reca in altri paesi e fa la parte dell’americano che sgrana gli occhi e si stupisce di cose che invece conosce benissimo, come la quasi completa gratuità del sistema sanitario europeo e, nel continente americano stesso, canadese e persino cubano. Ma fa un po’ parte del giuoco: noi-pubblico smaliziato sappiamo che Moore scemo non è anche se fa la parte dell’ ”Americano Medio” (e facendoci sentire superiori ci lusinga), ma considerando che è anche e forse soprattutto a quest’ultimo che il regista si rivolge, in fondo come biasimarlo? Nel film si suggerisce, neanche tanto surrettiziamente, che non solo in tutta Europa ma persino a Cuba si viene curati meglio. Idealizzazione eccessiva? Forse si forse no, ma questo gli spettatori lo giudicheranno da soli.

Ultima curiosità: nel film ad un certo punto compare una lista dell’OMS che illustra i paesi nel mondo con la migliore assistenza sanitaria (per la cronaca, gli USA sono al quarantacinquesimo posto): ebbene, l’Italia è seconda, subito dopo la Francia… Ovviamente non discutiamo i criteri seguiti dall’OMS per stilare tale “classifica” – anche perché non li conosciamo - ma Moore in Italia ha dichiarato: […]“sono stanco di dire che l'Italia è al secondo posto di questa lista, voi potete battere la Francia, l'avete già fatto ai mondiali”. […]"Certo, in questo settore così complesso avete delle lacune […] ma impallidiscono di fronte al fatto che in America muori, se non hai i soldi per pagare... E poi presentatemi un solo vostro concittadino che è diventato homeless, perché l'ospedale in cui non ha saldato il conto si è preso la casa: la verità è che non ce ne è nemmeno uno, da noi tantissimi".

Una cosa che dovrebbe far riflettere quelli che sono convinti che bisognerebbe copiare gli americani in tutto perché le cose a stelle e strisce sono sempre e comunque le più belle.

Stefano Damato