Leggendo
le poche notizie in rete, qualche mese fa, a proposito del
nuovo film di Moore si poteva notare che l’aggettivo
più ricorrente attribuito all’ultima fatica del
regista del Michigan era “efficace” ma “demagogico”,
come se qualcuno si fosse peritato apposta di “mettere
le mani avanti”, per così dire, al fine di disincantare
il pubblico ancor prima di poter giudicare di persona il valore
del film visto l’interesse suscitato, per non parlare
di tutte le conseguenti aspettative.
Tanto più se consideriamo che Moore si proponeva di
mettere il dito in una delle piaghe più purulente dell’American
Way of Life, vale a dire quella mentalità talmente
individualistica e priva di qualunque solidarietà sociale
da portare alla morte chi non può pagarsi le spese
mediche… Un momento: parliamo della Cina, vero? No,
avete letto bene, negli USA si muore di sanità, a meno
che non hai i soldi per pagartela, e neanche in quel caso
puoi stare sicuro. Intervistato di recente in Italia a proposito
del tema di Sicko, Michael Moore affermava: "Voi avete
lunghe liste d'attesa ma se siete gravi vi curano subito.
Da noi si muore e in questo modo si eliminano le liste"…
Il film si basa su testimonianze reali di gente che ha sperimentato
l’infernale sistema sanitario americano sulla sua pelle,
selezionando le storie più significative tra le oltre
venticinquemila mail arrivate a Moore stesso in posta elettronica
e rispondenti al quesito: “raccontatemi le vostre esperienze
con le compagnie di assicurazione sanitaria”…
del resto anche uno dei più bei libri recenti dello
scrittore-regista, Ingannati e traditi, era basato sulle vere
testimonianze via mail dei soldati di stanza in Iraq, Afghanistan
e altrove nel mondo: ragazzi che hanno visto in faccia l’orrore,
quello vero, un libro asciutto ed essenziale senza alcuna
ombra di demagogia, cosa spesso attribuita al regista non
senza un po’ di ragione, come vedremo.
Il
motivo per cui il film ci è piaciuto nonostante qualche
difettuccio è lo stesso per cui tanto era piaciuto
al mondo il primo film che diede a Moore la notorietà
e anche un Oscar, Bowling for Colombine: il fatto cioè
che a differenza di Farenheit 9/11, ad esempio, che narrava
con un fine apertamente politico e antibushita i motivi della
guerra in Iraq ma dicendo cose che in fondo erano ampiamente
risapute, questo film come Bowling racconta cose che per chi
non conosca a fondo la realtà degli USA oggi appaiono
tanto più assurde e paradossali quanto meno esse sono
conosciute all’estero, quelle cose che all’improvviso
sono capaci di toglierci dagli occhi tutte le belle illusioni
che tutti i giorni ci vendono in TV a proposito della “terra
della Libertà e patria del Coraggio”, cose tanto
più assurde quanto più esse sono realtà
di tutti i giorni nella sedicente “più grande
democrazia (?) del mondo”.
In
un susseguirsi di registri narrativi e stilistici che vanno
dal comico, al tragico, alla commozione, ci vengono presentate
diverse storie “vere” e personali, dall’operaio
che dopo un incidente che gli ha portato via due dita viene
messo davanti alla dura scelta di quale dito gli devono riattaccare
in ospedale poiché non può permettersi entrambi
dato che gli costerebbe troppo, ai genitori ai quali la compagnia
assicurativa accetta di pagare un impianto cocleare per guarire
la sordità della figlioletta, ma ad un solo orecchio
perché pagare due orecchie sarebbe da considerarsi
“cura sperimentale” (!), a casi ben più
tragici come il rifiuto di pagare un semplice trapianto di
midollo ad un poveraccio lasciandolo morire di cancro (come
nell’Uomo della Pioggia di John Grisham, quando si dice
la realtà supera ogni immaginazione…). Altro
tragicomico capitolo è l’infinita serie di meschine
scuse delle compagnie per rifiutarti di stipulare la polizza
se ancora non ce l’hai, e se ce l’hai già
di rifiutarsi di pagare le spese mediche lasciandoti letteralmente
crepare senza il minimo scrupolo (in fondo i soldi risparmiati
son soldi guadagnati, no?), e addirittura di contestare contratti
già stipulati col pretesto che gli avresti nascosto
una “malattia preesistente” che può essere
una banalissima infezione della pelle… Bè, che
ci crediate o no, che vi piaccia o no, questa è l’America,
dove 45 milioni di persone non hanno l’assicurazione
sanitaria, e diciottomila all’anno muoiono – anzi,
vengono lasciati morire, perché semplicemente gli vengono
negate cure mediche anche banali. E la cosa peggiore è
che, prove alla mano, questa non è ottusità
burocratica ma comportamento deliberatamente criminale, questo
nel film viene chiaramente mostrato con filmati e testimonianze.
Passando
ai lati del film – pochi in verità – che
possono far storcere un po’ il naso, si intravede anche
qui un fine un po’ politicheggiante, attribuendo tutta
la responsabilità di questa spaventosa situazione a
leader del passato tanto universalmente deprecati (tutta la
colpa viene data all’amministrazione Nixon) che ormai
è come sparare sulla classica croce rossa, mentre il
discorso si dovrebbe allargare più in generale ad un
sistema preciso, quello interamente e fanaticamente capitalista,
che si autoperpetua a danno della gente come una macchina
impersonale quanto assassina e spietata, dove l’interesse
è sovrano e il denaro è religione al punto da
venire difeso a tutti i livelli anche sulla pelle dei singoli
individui, i quali paradossalmente finiscono per contare meno
che in uno dei tanto deprecati “stati canaglia”
a dispetto di tutte le belle parole dell’imbonimento
mediatico quotidiano; inoltre a volte può irritare
un po’ vedere Moore che – questo si, un po’
demagogicamente – si diverte spesso a fare lo “scemo
di guerra”, per così dire, quando si reca in
altri paesi e fa la parte dell’americano che sgrana
gli occhi e si stupisce di cose che invece conosce benissimo,
come la quasi completa gratuità del sistema sanitario
europeo e, nel continente americano stesso, canadese e persino
cubano. Ma fa un po’ parte del giuoco: noi-pubblico
smaliziato sappiamo che Moore scemo non è anche se
fa la parte dell’ ”Americano Medio” (e facendoci
sentire superiori ci lusinga), ma considerando che è
anche e forse soprattutto a quest’ultimo che il regista
si rivolge, in fondo come biasimarlo? Nel film si suggerisce,
neanche tanto surrettiziamente, che non solo in tutta Europa
ma persino a Cuba si viene curati meglio. Idealizzazione eccessiva?
Forse si forse no, ma questo gli spettatori lo giudicheranno
da soli.
Ultima
curiosità: nel film ad un certo punto compare una lista
dell’OMS che illustra i paesi nel mondo con la migliore
assistenza sanitaria (per la cronaca, gli USA sono al quarantacinquesimo
posto): ebbene, l’Italia è seconda, subito dopo
la Francia… Ovviamente non discutiamo i criteri seguiti
dall’OMS per stilare tale “classifica” –
anche perché non li conosciamo - ma Moore in Italia
ha dichiarato: […]“sono stanco di dire che l'Italia
è al secondo posto di questa lista, voi potete battere
la Francia, l'avete già fatto ai mondiali”. […]"Certo,
in questo settore così complesso avete delle lacune
[…] ma impallidiscono di fronte al fatto che in America
muori, se non hai i soldi per pagare... E poi presentatemi
un solo vostro concittadino che è diventato homeless,
perché l'ospedale in cui non ha saldato il conto si
è preso la casa: la verità è che non
ce ne è nemmeno uno, da noi tantissimi".
Una
cosa che dovrebbe far riflettere quelli che sono convinti
che bisognerebbe copiare gli americani in tutto perché
le cose a stelle e strisce sono sempre e comunque le più
belle.
Stefano
Damato