“Si
può Fare” è una commedia ispirata alla
nascita della prima cooperativa in Italia composta da ex-pazienti
di ospedali psichiatrici, raccontata con efficacia dal giovane
e bravo Giulio Manfredonia (“E’ già ieri”,
“Se fossi in te”) con protagonista Claudio Bisio;
smessi i panni di comico, Bisio interpreta un sindacalista
“arrabbiato” e frustrato nella Milano degli anni
’80 che viene emarginato dai suoi stessi colleghi e
mandato a dirigere una cooperativa che si occupa di persone
affette da disagi psichici. Il protagonista, che non vive
un bel periodo della sua vita avendo anche un rapporto problematico
con la sua fidanzata (Anita Caprioli), si ritrova ad avere
a che fare con 11 “matti” non sapendo lui stesso
come fare (non distingue all’inizio uno schizofrenico
da un depresso). Con l’aiuto di un giovane medico
(Giuseppe Battiston), decide di rimboccarsi le maniche ed
iniziare –con non poche difficoltà- un’opera
di reintegrazione spingendo i malati ad un lavoro vero e proprio
(montare parquet), togliendo loro il dosaggio di psicofarmaci
e sedativi che gli ridà progressivamente la voglia
di vivere, divertirsi e lavorare. Così per gli 11 pazienti
comincerà un percorso che lentamente li porterà
alla riaffermazione di sé stessi quando, usando degli
scarti, inventeranno un rivestimento di parquet “a mosaico”
che avrà un grosso successo commerciale.
Anche
se non mancano gli spunti comici “Si può Fare”
non è una commedia vera e propria, piuttosto una favola
agrodolce che propone una storia di recupero e riscatto di
gente con malattie mentali, che da un lato sembra rifarsi
alle atmosfere di un classico del cinema come “Qualcuno
volò sul nido del Cuculo” con Jack Nicholson,
ma dall’altro dimostra di essere saldamente agganciata
alla realtà sociale e politica del nostro paese. Scritta
dal regista Manfredonia nel 2004, la sceneggiatura del film
ha per tema gli effetti della legge Basaglia, la quale stabiliva
che la gente non poteva essere più rinchiusa nei manicomi,
con il problema per i servizi sociali di gestire in maniera
diversa gente con problemi mentali. La storia si svolge con
molta naturalezza, evitando il patetismo e raccontando i malati
come semplici persone affette da disagi, rapportandole al
mondo del lavoro e del capitalismo in una società che
preferisce considerarli “invisibili”.
Nonostante
qualche stereotipo ed un tono ottimista di fondo, Manfredonia
firma insieme al socio Bonifacci un piccolo film esemplare,
con personaggi ricchi di sfumature ed una storia asciutta
e realistica che dimostra un mirabile equilibrio tra commedia
e dramma, ripercorrendo lo stile di maestri della commedia
neorealista italiana come Monicelli e Comencini. Sul fronte
degli interpreti il film è interpretato in maniera
egregia, a cominciare da un Claudio Bisio misurato e credibile,
accompagnato da un cast bene assortito che vanta una stupenda
Anita Caprioli (“Non Pensarci”, “Santa Maradona”)
ed una sfilza attori tanto bravi quanto poco noti come il
simpatico Giuseppe Battiston (“Pani e Tulipani”,
“Non Pensarci”), Bebo Storti, Giorgio Colangeli,
Pietro Ragusa, Andrea Bosca e Luca Giovanni Calcagno e tutti
gli altri caratteristi.
Marco
Valerio