Guai
a chi dopo un incidente, specie se ha investito qualcuno,
fugge via da vero pirata della strada. E non ci riferiamo
solamente alle conseguenze da codice penale, ma anche a possibili
ed inesorabili vendette dall’aldilà. E’
quello con cui loro malgrado avranno a che fare Tun e Jane,
due fidanzati che una notte investono una ragazza. I due scappano
senza accertarsi se la vittima sia viva o morta, ma da quel
momento saranno prede di una forza inesorabile che compare
con le sembianze, sfocate, di una ragazza. Un fantasma che
si rivela all’inizio solo nelle foto (il protagonista
è un fotografo), ma la cui presenza diventa palpabile
ed onnipresente, in maniera sempre più violenta, fino
a rivelare un segreto inquietante del passato di Tun.
Arriva con i saldi di fine stagione, ed insieme a tante altre
pellicole del genere, questo horror tailandese girato due
anni fa. Un film che a prima vista non propone nulla di nuovo,
con una storia che contiene tutti i vari archetipi degli horror
orientali e cioè la presenza di fantasmi nella vita
quotidiana, spettri di fanciulle dai lunghi capelli neri e
dal viso pallidissimo con i tratti immobili come quelli di
una maschera di cera, la camminata incerta e la capacità
di uscire fuori all’improvviso facendo sobbalzare il
pubblico. Già, perché comunque alla fine SHUTTER
(titolo mutuato dal nome dell’otturatore della macchina
fotografica) riesce a far spaventare il pubblico, con un’impostazione
narrativa abbastanza convenzionale che però propone
un clima di minaccia serrato ed inquietante, arricchito da
alcune invenzioni visive abbastanza agghiaccianti: vedi l’uso
degli angoli bui (anche se già visto altrove), la presenza
invisibile dello spettro rilevabile solo se fotografato, oppure
la fotografia stessa che all’improvviso si anima, facendo
drizzare i capelli agli spettatori. Pur non inventandosi niente
di originale (e le influenze di un film come “Ringu/The
Ring” sono più che evidenti), SHUTTER ha comunque
il merito di avere una sceneggiatura particolarmente curata,
con una rappresentazione veritiera della realtà ordinaria
evidenziata da un ritmo lento di narrazione (tipico del cinema
orientale) che all’improvviso si spezza ed accelera
a causa dell’irruzione dell’elemento sovrannaturale,
con un effetto quindi ancor più terrificante. Non tutti
i colpi di scena sono in verità riusciti ed alcuni
sviluppi appaiono anche abbastanza gratuiti, ma tutto sommato
il bilancio del film è positivo, sia per la cura nella
descrizione dei personaggi (che di solito sono estremamente
sciatti), sia per l’atmosfera inquietante, sia anche
per il fatto di riuscire a coniugare abbastanza bene l’espressionismo
tipico orientale in certe inquadrature o sequenze dilatate
con citazioni varie e ritmo dei classici horror americani,
evitando eccessive simbologie orientali non troppo comprensibili
agli occidentali. Da questo punto di vista, potremmo dire
che SHUTTER presenta i cliché sia del cinema orientale
che di quello occidentale: in un certo senso si, ma ad essi
si aggiungono anche diversi pregi di entrambi, contribuendo
alla fine a dare nel suo piccolo nuova linfa ad un genere
che sempre più spesso dimostra povertà di idee.
Per un horror (non originalissimo) questo è già
abbastanza e, guarda il caso, Hollywood si è già
mossa per acquistarne i diritti e realizzarne presto un remake
americano.
Paolo
Pugliese