“Sono
una tata inglese e sono pericoloso!”
Smith, all’apparenza un uomo qualunque, sgranocchia
carote su una panchina di notte e sorseggia un caffè.
Ad un certo punto gli passa davanti una donna incinta con
quelle che sembrano doglie, inseguita da uno spietato killer,
armato di una grossa pistola. A Smith non resta altro da fare
che gettare via il suo caffè bevuto a metà e
la sua carota, e correre in soccorso della sfortunata. Quello
che lui non sospetta, e neanche lo spettatore, è che
la donna ha anche lei una grossa pistola, e che ne farà
uso nei fotogrammi successivi.
Comincia così questo spensierato action, “Shoot’em
up”, alla lettera più o meno “Sparaci sopra”.
Infatti,
Smith mangia carote e spara ai cattivi sin dal primo fotogramma,
anzi pare quasi che non faccia altro per l’intero film,
cosa che sembra un’unica sequenza ripetuta più
volte, ma con un incredibile risultato: quello di tenere avvinto
lo spettatore per tutto il tempo e, per di più, con
il non trascurabile bonus di un’ironia straripante.
Il ritmo è l’ingrediente principale di questo
film, insieme ad una buona caratterizzazione dei personaggi.
Si va dal killer tirato in mezzo per caso, un Clive Owen che
ha una sola faccia e un’unica espressione, ma che curiosamente
risulta adatta alla parte, al cattivo che più riuscito
non sarebbe potuto essere, un Paul Giamatti irresistibile
e moglie-dipendente che spara e risponde al telefono tutto
il tempo. I due da soli tengono in piedi una sceneggiatura
un po’ strampalata e corrono su e giù sballottando
un neonato. Il pupo è la posta di un serrato videogioco,
che unisce azione e trovate iperboliche, in un mix che non
si vedeva dai tempi dell’autoironico “Last Action
Hero”.
Frutto
di un progetto che avrebbe dovuto salvare qualcuno, ma che
finisce per ammazzarne molti di più, il bambino serve
da testimone agli inseguimenti e alle trovate che si susseguono
senza sosta dall’inizio alla fine. Smith è il
più tranquillo degli uomini, mangerebbe le sue carote,
che non si frena dal consigliare ai suoi sfortunati interlocutori
con maniere piuttosto violente, e si farebbe gli affari suoi.
Ma il destino gli ha praticamente messo tra le braccia una
creatura indifesa e sola al mondo che sembra intaccare la
sua corazza. La prostituta dal cuore buono cui si rivolge,
una credibilissima Monica Bellucci che recita in italiano
anche in originale con risultati esilaranti, mentre mette
su famiglia con lui, cambia i pannolini al bambino e parla
coi detti della sua terra d’origine, un’Italia
pittoresca come deve sembrare il nostro paese agli americani.
La scena clou che vede impegnati i due in un amplesso-sparatoria
è la più divertente e nel contempo incredibile
degli ultimi anni, supera in stravaganza persino quella di
“Crank” consumata per strada con giapponesi e
macchine fotografiche incluse nel viaggio. Mentre le scene
di combattimenti e sparatorie, inclusa quella di una temibile
tortura con dita spezzate, mettono in luce il carattere di
antieroe del nostro Smith, un poveretto con incredibili risorse,
che però arrivano sempre a salvarlo dopo che si è
fatto abbastanza male. Ed è così che lo vediamo
sparare al nemico attraverso il fuoco di un camino, da una
mano che è satura di proiettili e dalle dita a dir
poco inservibili, mentre lui, Hertz il killer più inetto
della storia, risponde al telefono alla moglie rassicurandola
sul fatto che sarà a casa per cena.
Il
trucco è tutto in questo eccesso espressivo che rapidamente
diviene cartoon e in quello stesso momento ci trascina in
una sorta di curiosità circa il destino degli impossibili
personaggi che ci troviamo davanti.
La regia tiene il ritmo, e questo è più di quello
che ci si aspetterebbe dall’ennesimo action americano,
in realtà messo su con poche idee, ma molto ben confuse
e con l’ingrediente più difficile di tutti da
combinare in un film: l’ironia. Motivo per cui consiglio
vivamente la visione di questa divertente giostrina, che regalerà
allo spettatore un’ora e mezza spesa bene senza troppe
pretese né inutili complicazioni di sceneggiatura e,
soprattutto, senza lo spreco di soldi che ha afflitto il cinema
d’oltreoceano dell’ultimo periodo, nell’illusione
che alla mancanza di idee potessero ovviare gli effetti speciali.
Anna
Maria Pelella