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di Baker Street. In quella che all'apparenza potrebbe sembrare una
normalissima abitazione Londinese di epoca Vittoriana è in
realtà abitata dal più grande detective privato dell'epoca.
Eh si, perché Sherlock Holmes è tornato a invadere
gli schermi, con la “leggera” differenza che questa
volta non si trova più ad avere il naso aquilino, il corpo
snello e il volto scavato del suo più celebre interprete
Basil Rathbone, bensì il fisico scultoreo e lo sguardo perennemente
ironico di Robert Downey Jr. (Iron Man, Zodiac), il quale,
perfettamente in linea con lo spirito di questa trasformazione,
si ritrova ad affrontare situazioni sempre al limite non solo con
la forza dell'intelletto, ma anche con una buona dose di pugni e
calci. Inedite doti fisiche che non solo accompagnano quelle mentali,
ma costituiscono anche lo specchio del suo nuovo carattere eccentrico,
al limite dell'anarchico, da dandy avventuriero e ubriacone
incapace di prendere sul serio qualsiasi cosa.
Ecco quindi che troviamo il nostro eroe, fin dai primi momenti della
pellicola, ad affrontare la minaccia di Lord Blackwood, satanista
(probabilmente ispirato ad Aleister Crowley), che, dopo
essere stato condannato a morte per numerosi omicidi di donne, sembra
essere misteriosamente resuscitato e pronto ad attuare un piano
malvagio al fine di (udite, udite!) conquistare il mondo,
o meglio, il Nuovo Mondo (l’America).
Per sua fortuna Holmes non è certo solo, contando sull'aiuto
del suo fedele compagno Watson (un ottimo Jude Law), in
procinto di sposarsi e sempre più riluttante a stare dietro
alle “follie” dell'investigatore. Chiude il cerchio
la sensualissima quanto ambigua femme fatale Irene Adler
(Rachel McAdams), la cui figura rappresenta sia un interesse
sentimentale per il protagonista sia il mezzo per introdurre dietro
le quinte un personaggio importante come il professor Moriatry,
celebre nemesi di Holmes che vedremo sicuramente nell’annunciato
sequel di questo film.
L'idea per questo reboot del personaggio viene da una serie
a fumetti americana mai pubblicata del produttore della pellicola,
Lionel Wigram; il che sancisce ulteriormente il distacco da qualsiasi
cosa fosse stata fatta in precedenza con il personaggio, poiché
la trama non rispecchia certamente gli stilemi classici di un giallo
(come ci si potrebbe aspettare), bensì volge verso
situazioni e personaggi sicuramente più vicini a un classico
action-movie, il tutto accompagnato da una scenografia
che, pur tentando di dare in qualche modo l'idea della matrice vittoriana
di partenza, si trova immersa in un alone steampunk che
permane completamente anche la sceneggiatura.
Sicuramente questa scelta è stata congeniale al regista Guy
Ritchie che sfodera un regia ritmata e frizzante, riuscendo a essere
originale senza mai cadere nel ridicolo e senza far rimpiangere
i suoi primi brillanti Lock & Stock e The Snatch.
Ed è sicuramente lo stile visivo di Ritche che tiene in piedi
la pellicola; il problema è, in effetti, che sia il soggetto
che la sceneggiatura non si impegnano minimamente a dare risalto
concreto a personaggi, situazioni narrate ed ambientazione storica,
sembrando alla fine solo un pretesto per dare sfogo alla regia di
Ritchie grazie allo sviluppo da moderno fumetto ed i dialoghi colmi
di ironia: niente, partendo dalla caratterizzazione dei personaggi
per arrivare alle situazioni presentate, si sforza di essere originale
e la trama non presenta alcuna sorpresa degna di nota, limitandosi
a descrivere la classica battaglia “razionalità-contro-stregoneria”
già vista migliaia di volte.
Per quanto riguarda le interpretazioni, si nota che praticamente
tutto il cast si limita a fare la propria parte senza risaltare
più di tanto in bene o in male (ma questo c'era da aspettarselo,
visto che i personaggi in sé altro non sono altro che macchiette);
spicca comunque la coppia Downey Jr/Law, che simpaticamente gigioneggia
per tutto il film mostrando lo strano rapporto tra Holmes e Watson,
paritario e fraterno, adombrato però da una strana possessività
che il primo ha nei confronti del secondo, con l'investigatore sempre
impegnato a mandare a monte il matrimonio del suo compagno quasi
con paura di perderne l'amicizia e la compagnia (quasi a sottintendere
un travalicamento omosex della semplice amicizia...).
Detto questo, è chiaro che il risultato finisce per non essere
altro che un piacevole passatempo, realizzato però in maniera
tecnicamente impeccabile: la trama è semplice e diretta,
sostenuta da una buona dose di azione ed una regia veloce, che rendono
in il film scorrevole e fruibile un po' a tutti (tranne, forse,
a qualche purista di Conan Doyle e del personaggio originale);
non c'è dubbio, però, che nel prossimo capitolo ci
sarà da aspettarsi una maggiore attenzione alla sceneggiatura
e ai personaggi.
Nel frattempo è sempre valido il solito discorso: chi vuole
passare del tempo divertendosi senza pensare a nient'altro è
liberissimo di dargli una chance, tutti gli altri dovranno, decisamente,
rivolgere lo sguardo altrove.
Leonardo
Quintavalle
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