Cara
(Julianne Moore) è una psichiatra forense specializzata
in casi di sdoppiamento di personalità che ha smarrito
la propria fede dopo l’omicidio del marito. Il padre,
anche lui psichiatra, le chiede di visionare un suo paziente,
Adam (Jonathan Rhys Meyers), affetto da problemi di personalità
multipla. Il fatto inquietante è che tutte le personalità
dell'uomo sembrano essere state vittime di brutali assassinii.
Fenomeno soprannaturale? Allucinazioni? Cara dovrà
scoprirlo velocemente, addentrandosi in un enigma sempre più
contorto ed inquietante che potrebbe minacciare seriamente
sia lei che la sua famiglia.
“Shelter”
è un film insolitamente lungo, che cambia faccia man
mano che la trama svela le sue carte: comincia come un legal-thriller,
si dipana come un noir psicologico per terminare infine come
un horror sovrannaturale. Questa progressiva metamorfosi non
è certo il risultato di una sceneggiatura brillante
e poliedrica, piuttosto sembra il tentativo di rendere il
più intrigante possibile un pastrocchio pretenzioso
di idee poco originali. A metà strada tra il thriller
e il parapsicologico, “Shelter” presenta fin da
subito un impianto narrativo modesto, eccessivamente lento
e dispersivo, che gira parecchio a vuoto prima di arrivare
al dunque. L’inizio del film è promettente, con
il mistero delle personalità multiple introdotto in
maniera convenzionale, ma con anche un certo effetto che titilla
la curiosità degli spettatori; poi, invece, il suo
successivo dipanarsi rivela idee banali e scontate, così
come banale e scontato è lo sviluppo delle indagini
della protagonista sul suo paziente e le successive rivelazioni,
alle quali si arriva in maniera forzata. La regia è
alquanto statica e poco ispirata, con i due registi Mårlind
e Stein che ricorrono meccanicamente ad alcuni classici espedienti
cinematografici (come ad esempio i lenti movimenti in avanti
della cinepresa) per suggerire un’atmosfera sulfurea
e di mistero, denunciando invece un’estrema povertà
di creatività e di sostanza narrativa. Il film, senza
tanti colpi di scena, finisce per ricorrere ai più
abusati clichè del genere horror, con il solito inseguimento,
il finale criptico, qualche tematica Vudù e soprattutto
una stanca impostazione dei personaggi in chiave cattolica
che ripropone la solita contrapposizione tra raziocinio e
fede.
Sul
fronte degli attori, l’emergente Jonathan Rhys Meyers
dà una buona prova interpretativa ed, essendo giovane,
avrà modo di scegliere pellicole migliori; dispiace
invece per la brava Julianne Moore che qui è totalmente
sprecata nel ruolo di un personaggio molto convenzionale nella
sua caratterizzazione, ovvero quella di scettica che non confida
tanto nella sacra mano di Dio, sia per il suo lutto che per
il suo lavoro di scienza ed intelletto. Dovrà naturalmente
ricredersi, come anche gli spettatori che pensavano di andare
a vedere un thriller intrigante e che invece si ritrovano
davanti a un prodotto stanco e noioso, completo anche di pistolotto
moralistico-cattolico.
Paolo
Pugliese