Larry
Gopnik è un irreprensibile insegnante universitario
di origini ebree, il quale insegna presso l’università
di St.Louis Park, nel Minnesota. L’anno è il
1967 e la vita di Larry, tanto tranquilla quanto ordinaria,
è destinata a subire dei profondi cambiamenti a causa
di una catena di eventi impietosi: la moglie lo considera
un inetto ed intende lasciarlo progettando una vita insieme
al suo collega hippy; il figlio Danny è un buono a
nulla che gli ruba soldi per compare spinelli, mentre la figlia
Sarah fa altrettanto per potersi rifare il naso. Il fratello
di Larry è disoccupato e vive a casa sua, dormendo
sul divano, mentre l’avvenente vicina di casa lo provoca
costantemente prendendo il sole nuda nel suo giardino. Ai
problemi di famiglia, si aggiungono poi anche quelli di lavoro,
con lettere anonime che minacciano la sua carriera, mentre
uno studente tenta di corromperlo per ottenere la promozione,
minacciandolo al tempo stesso di diffamazione.
Sul punto di crollare, Larry chiede consiglio a tre rabbini,
ma le loro risposte non gli saranno di alcun aiuto, fino a
quando arriveranno ad affliggerlo anche dei problemi di salute.
Commedia
tragica e pessimista, condita da un humor nero di stampo ebraico,
il nuovo film dei fratelli Coen insegue le atmosfere del loro
capolavoro, “Il Grande Lebowski”, raccontando
una parabola sul cinismo, l’avidità, la solitudine
e l’ordinarietà della vita di un americano medio.
L’ambientazione, però, assume un forte senso
simbolico perché inerente i “favolosi”
anni ’60, segnati dal distopico contrasto tra l’ottimismo
consumistico della classica “american way” e le
tensioni prodotte da una generazione di giovani sempre più
inquieti e problematici.
Nonostante alcune belle battute e la caratterizzazione comica
e surreale di alcuni personaggi, il messaggio finale di “A
Serious Man” è estremamente cupo ed angosciante:
ovvero, ognuno di noi è solo ed il sostegno materiale
e spirituale della famiglia e della religione sono fallaci
sicurezze destinate a sgretolarsi sotto il peso dell’egoismo,
della superficialità e dell’ingratitudine.
I Coen mettono in mostra un’umanità grottesca
e specchio della realtà odierna, raccontandoci il progressivo
disfacimento morale di un personaggio che, essendo una persona
seria, onesta e mite, viene considerato da tutti un perdente,
denunciando quella crisi di valori positivi che vengono invece
considerati fonte di scherno e disistima.
Basta tutto questo per avere un buon film? Purtroppo no.
I
poliedrici e riconosciuti maestri della commedia indipendente
americana stavolta non riescono a convincere pienamente. Al
di là di un’accentuata metafora e di una certa
riflessione sulla caducità esistenziale, il film risulta
carente di contenuti, con dialoghi poco brillanti e caratterizzati
da lunghi ed opprimenti silenzi, a dispetto di una tecnica
impeccabile di ripresa ed un cast di buoni interpreti.
La sceneggiatura è un impasto narrativo prolisso ed
enigmatico, pervaso da un forte senso di ineluttabilità
nel seguire il suo protagonista mentre accetta con semi-rassegnazione
situazioni sempre più problematiche, cercando costantemente
una risposta per tutto quello che gli sta succedendo, sia
nella scienza che nella religione, con quest’ultima
che risulta opprimente e priva di qualsiasi aiuto spirituale
e teorico nel risolvere qualsiasi genere di problema.
La forza simbolica della storia non la salva comunque da un
clima generale di noia e di irritazione mista a tristezza
per la vita grigia del protagonista, incapace di ribellarsi
ad un destino quasi predefinito ed interrotto da un finale
improvviso e (fin troppo) aperto.
“A Serious Man” non è, narrativamente e
tecnicamente, un brutto film, ma sicuramente appare una delle
opere meno riuscite e convincenti della filmografia dei Coen,
i quali ci hanno saputo abituare nel corso degli anni a lavori
di ben più alto spessore, brio ed originalità.
Marco
Valerio