Argentina
1973: un caso di stupro ed omicidio si imprime indelebilmente
nella mente del magistrato argentino Benjamín Espósito,
influenzando profondamente il resto della sua vita. 25 anni
dopo, andato in pensione, decide di ripensare a quella storia,
scrivendoci un romanzo per ripercorrere le indagini ed i misteri
appartenenti ad un passato pieno d’amore, di morte,
d’ingiustizia e di amicizia. Ma quei ricordi, una volta
liberati e scandagliati ossessivamente, cambieranno la sua
visione del passato. E riscriveranno il suo futuro.
Premio Oscar come miglior pellicola straniera, “Il Segreto
dei suoi Occhi” è un ottimo esempio di cinema
d'autore, non noioso né scontato o didascalico, che
sa sperimentare con il pubblico proponendo una commistione
narrativa di più generi: elementi da thriller, film
drammatico, giallo-giudiziale, brillante e romantico vengono
miscelati con cura ed equilibrio nel corso di una storia che
si evolve in maniera sorprendente ed imprevedibile.
La
pellicola, ambientata tra il 1973 e il 1998, cattura l’attenzione
e l’empatia dello spettatore fin dai suoi primi momenti
con una narrazione robusta ed introspettiva, raccontando parallelamente
il presente del protagonista ed il passato di 25 anni prima;
man mano che i fatti sul caso giudiziario vengono ricostruiti,
la suspense delle indagini si sposa con le vicende personali
dei protagonisti, i quali pagheranno in prima persona le conseguenze
del loro lavoro nel clima di repressione governativa che caratterizzò
l’Argentina degli anni ’70, con omicidi, servizi
deviati e desaparecidos. Grazie ad una sceneggiatura che presenta
un’evoluzione imprevedibile di eventi e personaggi,
il film tocca numerosi argomenti e corde emotive, illustrando
in maniera chiara ed efficace la situazione politica di illegalità
costituzionale del paese, dove esponenti del governo e della
magistratura non si fecero scrupolo di arruolare criminali
incalliti da impiegare per la caccia ai sovversivi –o
meglio, semplici oppositori- del regime argentino.
Il
tema principale che il regista/sceneggiatore Juan José
Campanella esprime e sviluppa per tutto il film è la
passione nella sua infinità di declinazioni umane:
la passione dei due protagonisti (i magistrati Benjamín
ed Irene), legati da un amore impossibile e da una sete di
giustizia inappagata; la passione, malata ed arrogante, dell’assassino
e quella, struggente e ristoratrice, del marito della vittima.
Ciò viene raccontato senza filtri da Campanella, che
riesce ad esprimere sul grande schermo tutti i fattori umani
e narrativi della sua sceneggiatura, con grande attenzione
per i personaggi attraverso i quali la narrazione si evolve
costantemente; nulla, infatti, è detto o fatto vedere
per caso, con indizi e dettagli disseminati tra passato e
presente che vengono in seguito ripresi aggiungendo una nuova
prospettiva al racconto, ribaltando l'idea che lo spettatore
si è fatto durante il film e conducendolo, con piccoli
colpi di scena mai gratuiti, ad una serie di rivelazioni sulla
natura dei personaggi destinate a confluire in un duplice
finale, il primo illuminante e crepuscolare, il secondo efficacemente
consolatorio.
Il
film ha uno stile visivo realistico ed introspettivo, con
la cinepresa focalizzata sui protagonisti tramite riprese
con primi piani e campi molto stretti, ma con un certo eclettismo,
Campanella cambia all'improvviso il timbro registico, arricchendo
il suo film con sequenze molto diverse tra loro per ritmo
e pathos: quella ambientata nello stadio oppure quella dell'interrogatorio
sono due gioiellini di tensione e realismo, con la prima che
è un capolavoro di tecnica cinematografica e montaggio,
proponendo un sorprendente quanto realistico inseguimento
(apparentemente) senza tagli. Citiamo, infine, lo struggente
addio alla stazione, fatto di sguardi, parole non dette ed
uno sfiorarsi che rende il distacco più duro e più
vero, collegandosi a sorpresa con le prime e confuse scene
iniziali del film che suggeriscono come esso sia un viaggio
della memoria del protagonista. E di noi con lui.
Paolo
Pugliese