“Saw
IV” è l’ennesimo sequel (e non ultimo,
visto che è stato già annunciato un quinto film)
della saga dell’Enigmista, ovvero il machiavellico serial
killer malato terminale di cancro che utilizza il tempo che
gli rimane punendo la gente colpevole, secondo lui, di sprecare
la propria vita: le sue vittime sono imprigionate e sottoposte
a terribili prove di contrappasso, con devastanti enigmi da
risolvere in cui è in gioco la loro stessa vita.
Nonostante la sua morte nel terzo capitolo, in questo “Saw
IV” inizia l’ultimo (?) gioco dell’Enigmista:
una lunga trappola a tempo e con molteplici schemi che comprenderà
più persone. Due profilers dell’FBI -gli agenti
Strahm e Perez- arrivano ad unirsi al detective Hoffman dopo
la morte di Kerry, il poliziotto sfidato apertamente dal criminale
nel secondo episodio della saga. Anche loro, insieme al comandante
Rigg della SWAT, saranno involontari giocatori/vittime dell’ennesimo
enigma che il geniale ed inesorabile Jigsaw ha pianificato
prima della sua morte, un vero e proprio testamento di sangue.
Nuovo episodio della serie (che va avanti dal 2004, al
ritmo di uno all’anno), “Saw IV” riprende
strettamente i fili di quanto narrato nel terzo film, con
il ritorno di alcuni personaggi dei capitoli precedenti e
nuove invenzioni ad effetto, anche se è chiaro che
il gioco mostra ormai una certa stanchezza narrativa.
Il
regista e creatore della serie Darren Lynn Bousman fa salti
mortali per inventarsi qualcosa di nuovo, anche a costo di
notevoli falle sul versante della credibilità (vedi
il nastro ritrovato nello stomaco), spingendo il pedale
su invenzioni splatter e colpi di scena truculenti che, rispetto
al terzo episodio, hanno almeno il merito di non essere impostate
più sul carattere di voyeurismo sadico e gratuito.
Per alimentare un franchising potenzialmente infinito, ma
anche dalla formula logora, si imposta la storia tra presente
e passato giocando molto con flashback che rivelano in parte
il background dell’Enigmista; la nuova icona del cinema
horror torna ad essere interpretata da un carismatico Tobin
Bell che, con il suo sguardo dolorante e cinico, svetta su
tutto il resto del cast, abbastanza anonimo. Emerge così,
più che nei precedenti episodi, l’umanità
del personaggio, la quale dà spessore ad una storia
in parte riciclata rendendo leggermente più plausibile
il suo assurdo e machiavellico gioco moralizzatore. Inoltre,
la trama viene arricchita con l’escamotage di spostare
l’asse narrativa da vari punti di vista, con una rilettura
di alcuni eventi che permettono rivelazioni ed ulteriori sviluppi.
Siamo
lontani dai livelli del primo “Saw”, ma questo
film è probabilmente il migliore dei tre sequel, presentando
una trama abbastanza coerente, anche se i suoi collegamenti
narrativi con gli eventi precedenti appaiono spesso forzati.
Onore al merito degli sceneggiatori di aver cercato di diversificare
un meccanismo ben oliato ma ampiamente sfruttato, riportando
questo film alle atmosfere del primo capitolo, con alcuni
buoni spunti che evitano l’effetto di già visto
assicurando interesse e tensione negli spettatori, ma a patto
che siano già conoscitori della saga perché
un neofita rimerebbe un pò disorientato dai vari intrecci
e rimandi alle puntate precedenti, per non parlare del finale
aperto al nuovo appuntamento con Jigsaw.
Marco
Valerio