Un
gruppo di subacquei guidato dall’esperto Frank McGuire
(Richard Roxburgh) è impegnato in una missione di esplorazione
di un sistema di grotte ancora sconosciute, tra le più
grandi e misteriose custodite nelle viscere della terra. Quando
una tempesta tropicale li blocca nel fondo di una di queste,
iniziando ad inondare i cunicoli, il gruppo di esploratori
si ritrova a fronteggiare il pericolo dell’infuriare
dell’acqua dovendo per forza avventurarsi un sinistro
ed insidioso labirinto marino mai esplorato, nella speranza
di trovare una via d’uscita verso il mare aperto.
Nobilitato
dalla tecnologia digitale in 3D ideata da James Cameron per
“Avatar”, questo “Sanctum 3D” si presenta
al pubblico come uno spettacolare thriller a metà strada
tra il genere catastrofico e l’avventura claustrofobica
sotterranea. Almeno questa è l’idea che ci si
potrebbe fare vedendo il trailer pubblicitario. Seduti in
sala, invece, l’illusione di essere di fronte ad una
pellicola spettacolare dura davvero poco perché, smaltito
l’effetto novità del 3D nelle caverne subacquee,
resta ben poco di interessante e di coinvolgente. La sceneggiatura
è fin troppo semplice e lineare, senza particolari
guizzi nel suo percorso narrativo che risulta sostanzialmente
piatto, così come la caratterizzazione dei personaggi
è schematica e scontata. Alla povertà dell’intreccio
corrisponde anche un’ inconsistenza narrativa da parte
del regista Andrew Wight, davvero poco esperto sia nella costruzione
delle vicende, sia nell’uso delle ambientazioni claustrofobiche,
tra caverne reali e riproduzioni in studio, riprese in maniera
spesso goffa.
Mancando
l’effetto sorpresa e l’elemento suspense, il film
si trascina stancamente verso il finale, penalizzato sia dalla
sua prevedibilità (il pubblico capirà già
dopo 15 minuti chi si salverà e chi no…), sia
dalla presenza di personaggi non interessanti ed appartenenti
ai soliti clichè hollywoodiani, con dinamiche trite
e ritrite come il rapporto conflittuale padre-figlio, l’inettitudine
dei personaggi femminili, oppure il tradimento del carachter
finto-simpatico; stereotipi resi in maniera ancor più
evidente dall’interpretazione sui generis dell’intero
cast, tra cui spiccano i semi-conosciuti e svogliati Ioan
Gruffudd (“I Fantastici 4”) e Richard Roxburgh
(“Moulin Rouge”).
Paolo
Pugliese