John
Crawford è un incarognito agente dell’FBI ossessionato
dalla morte di un suo collega ed amico, ucciso anni prima
insieme alla sua famiglia dal misterioso killer Rogue. Ora
Rogue è tornato e a San Francisco conduce una indecifrabile
guerra personale, destreggiandosi tra la yakuza e le triadi
di Hong Kong. Forse questa volta Crawford avrà la sua
occasione per incastrarlo e pareggiare i conti in sospeso.
Davvero non si avvertiva la mancanza dell’ennesimo action
videoclipparo, diretto dall’esordiente Philip Atwell
alla maniera di un Tony Scott in carenza di steroidi. Non
ha senso propagandare un’idea di cinema totalitaria,
bolsa e fracassona, già morta e sepolta una quindicina
d’anni fa, e pretendere di aver ragione. L’atroce
pasticcio degli sceneggiatori Lee Smith e Gregory Bradley
ricicla spunti da “Yojimbo” di Kurosawa (e Hammett,
e Leone e bla bla...), saccheggiando senza pudore il John
Woo americano, con twist telefonati che invogliano allo sbadiglio
più che alla sorpresa. Già l’idea di una
lotta senza quartiere tra yakuza e triadi cinesi, per ruggine
di vecchia data e per il possesso di un preziosissimo equino
della dinastia Chang, è di accorata stupidità,
ma che dire dei ninja (notoriamente il braccio armato della
yakuza. Oppure no?) con la katana o delle didascalie esplicative
che ci segnalano un “Distretto Yakuza” e un “Distretto
delle Triadi”?
Nella
fremente attesa di un quartiere colombiano e di uno della
mafia russa e, perchè no, di un distretto della camorra,
magari accanto al Golden Gate, un cereo Jet Li, con l’espressione
impenetrabile che giustamente riserva alle produzioni occidentali,
garantisce l’eterno riposo a un discreto numero di stuntmen,
sia con metodi tradizionali che con dobermann esplosivi, facendo
salire vertiginosamente il bodycount. Mentre la vicenda si
complica per l’inaspettata ecatombe di chirurghi specializzati
in ricostruzioni maxillofacciali, Jason Statham grugnisce
episodiche battute studiando da Bruce Willis, ma difetta sia
di carisma che di ironia, e disgraziatamente i bei tempi di
“Crank” sembrano già lontani. L’unica
consolazione per il malcapitato spettatore è rivedere
sullo schermo l’ottimo caratterista Luis Guzman e, soprattutto,
il sempre carismatico John Lone (“L’ultimo Imperatore”,
“L’anno del Dragone”), assente da molti
anni, nel ruolo di Chang, il boss delle triadi.
Se anche Atwell si è studiato gli action di Hong Kong,
evidentemente non li ha compresi e preferisce affidarsi al
solito montaggio spasmodico ed ebete (di Scott Richter), ormai
fortunatamente passato di moda e finito, come si diceva una
volta, nella pattumiera della storia. Le scene di azione,
nonostante siano coreografate da Cory Yuen, sono riprese e
montate in maniera talmente dilettantesca che in Asia lancerebbero
pop corn contro lo schermo un attimo prima di abbandonare
la sala, per cui, se potete, risparmiatevi questo stress aggiuntivo
e indirizzatevi altrove.
Nicola
Picchi