Ormai
50enne, vedovo della sua amata Adriana, il pugile Rocky Balboa
tira a campare gestendo il suo piccolo ristorante italiano ed
intrattenendo i clienti con aneddoti sulla sua passata carriera
di campione dei pesi massimi. La sua vita scorre tra rimpianti
e nostalgia per il passato, con un rapporto difficile con il figlio,
le visite alla tomba della moglie e la frequentazione di una madre
single. Ma quando una simulazione computerizzata trasmessa in
televisione ipotizza uno scontro tra lui e l’attuale detentore
dei pesi massimi Mason Dixon dando per vincente proprio Rocky,
si mette in moto la curiosità della gente e quindi anche
la grande macchina d’intrattenimento americana che vorrebbe
vedere l’ex-pugile salire ancora una volta sul ring per
un ultimo standing match (a scopo beneficienza) proprio contro
Dixon, un micidiale atleta afro-americano più giovane di
lui di 30 anni. In realtà i manager che propongono l’incontro
sono interessati unicamente all’eco pubblicitario dell’evento
per dare al loro cliente Mason nuova linfa di popolarità
e soprattutto sponsor, ma per Rocky sarà invece un’occasione
di rivalsa su una carriera terminata in maniera sfortunata ed,
evitando di farsi stritolare dall’ingranaggio dei mass media,
riuscirà a dare una lezione di umiltà anche al giovane
e supponente campione.
La trama di questo nuovo ed ultimo episodio della saga del pugile
più famoso del cinema ricalca in maniera sorprendente la
vita del suo interprete, Sylvester Stallone, un attore che negli
anni ’80 ebbe il suo periodo di massimo splendore (nel
lontano 1985 fu primo al box office sia con “Rocky 4”
che con “Rambo 2”) e che ora, dopo una serie
di flop cinematografici, è snobbato da pubblico e produttori.
Come per il suo personaggio, Stallone sentiva di poter dare ancora
qualcosa al suo pubblico ed è voluto salire di nuovo sul
ring mentre nessuno scommetteva molto su questo ennesimo film
che, invece, si rivela di gran lungo migliore di quanto ci si
poteva aspettare.
Non si tratta certo di un capolavoro, ma comunque ROCKY BALBOA
è un film con anima e sentimenti, emozionante in diversi
punti nonostante la storia sia complessivamente riciclata. Il
film chiude quasi un cerchio con il primo capitolo di cui ricalca
la trama: anche qui c’è un match-spettacolo, un pronostico
sfavorevole, duri allenamenti (di nuovo i cazzotti ai quarti di
bue congelati e la corsa per le scale del monumento), ferrea volontà
e disciplina. La lezione è sempre la stessa, ovvero quell’ottimismo
americano secondo cui chiunque abbia abbastanza cuore ed ottime
ragioni può fare l’impossibile. Per fortuna, nonostante
la trama improbabile e la riproposta delle linee-guida e delle
atmosfere del primo film, Stallone evita il culto retorico della
vittoria ego-sacrificale (di cui erano infarciti gli ultimi episodi)
in favore di una storia più asciutta e realistica (compreso
il finale), con una caratterizzazione narrativa di eroe stanco
e crepuscolare, un ruolo molto congeniale per l’attore in
questi ultimi anni.
Nonostante diverse ingenuità (come la contrapposizione
delle due tipologie di campioni, già viste in “Rocky”
e “Rocky IV”) ed un sentimentalismo di fondo a volte
eccessivo, il film va avanti in maniera abbastanza lineare, assumendo
una connotazione quasi di moderno racconto popolare, irreale ed
al tempo stesso edificante come piace alla gente, per il carico
di umanità e generosità del suo protagonista. La
storia esprime infatti valori come il sacrificio, il coraggio
e l’esperienza, che però arrivano allo spettatore
in maniera non enfatica.
Stallone dirige il film con un taglio realistico e spartano, ma
la messa in scena del film, improntata su una semplicità
narrativa fin troppo marcata, appare fiacca in diversi punti rischiando
di coinvolgere poco lo spettatore, nonostante le buone intenzioni
della sceneggiatura che più volte scivola nell'enfatico.
Ragguardevole il fatto che non viene data eccessiva rilevanza
al match finale, che arriva come un consequenziale sviluppo della
storia senza che essa graviti intorno all’incontro. Tecnicamente
discrete poi le sequenze del match, con un taglio realistico da
ripresa televisiva e con un elevato ritmo grazie all’uso
di inquadrature multi-angolari ed un montaggio veloce. Si rivelano
molto intriganti i passaggi in cui il match si trasforma da attrazione
pubblicitaria a combattimento vero e proprio e poi il finale è
davvero bello e commovente, senza essere stucchevole, con Rocky/Stallone
che saluta la gente congedandosi dal suo pubblico, dentro e fuori
lo schermo.
Paolo
Pugliese