Liberamente
tratto dal best seller di Muriel Barbery, “L’eleganza
del Riccio”, il film della regista esordiente Mona Achache
(autrice anche della sceneggiatura) racconta come
le apparenze, lo snobismo culturale ed i pregiudizi sociali
possano influire nella vita e nelle interrelazioni umane.
Renee è la portinaia di un palazzo signorile e si presenta
come una donna di mezza età grassa, sciatta ed ignorante;
un ruolo che la donna quasi si diverte ad interpretare, nascondendo
invece una mente colta ed autodidatta, interessata all’arte,
la filosofia, la musica e la cultura giapponese. Nello stesso
palazzo vive anche Paloma, figlia 12enne di un ministro, che
dietro la facciata di ragazzina per bene e viziata cela una
mente brillante ed una personalità nichilista decisa
a suicidarsi quando compirà 13 anni. I ruoli stereotipati
di Renee e Paloma saranno destinati a frantumarsi con l’arrivo
nel condominio di Ozu, un distinto professore giapponese la
cui presenza rappresenterà per entrambe un’imprevedibile
punto di svolta.
Il
film, che pare non sia piaciuto alla scrittrice Barbery tanto
da sconfessarlo ed intimare i produttori di non usare il titolo
del libro, è invece una sensibile opera al femminile
quasi del tutto riuscita; il “quasi” è
dovuto ad una verbosità ed un ritmo un po’ lento
che smorzano i lati comici e drammatici della storia, oltre
al fatto che la regista proponga una versione non molto fedele
al romanzo originale, modulando in maniera scaltra ed un po’
ammiccante alcuni suoi temi, come la bellezza interiore e
la sindrome di Cenerentola. Se, durante la visione, ci sfiora
il sospetto di assistere ad un’opera costruita a tavolino
per piacere ad una certa fascia di pubblico (le classiche
bruttine stagionate?), non possiamo neanche negare che
“Il Riccio” sia un buon esordio da parte di una
regista acuta pur non essendo una cineasta esperta.
Se la Achache alleggerisce il racconto delle abbondanti citazioni
letterarie smarrendo però anche l’humor sottile
delle pagine della Barbery, è anche vero che riesce
a delineare con grazia ed in maniera asciutta le sfumature
dei vari personaggi, raccontandone la quotidianità
con un mix di artifici visivi diversi. L’opera della
regista viene portata ad estremo compimento da un cast di
fini interpreti, tra i quali svetta la bravissima Josiane
Balasko nel ruolo di Renee.
Il risultato finale è una favola agrodolce dalla prosa
pulita ed elegante; una via di mezzo tra commedia e dramma
sociale con una sardonica critica verso il mondo della moderna
borghesia presuntuosa ed indifferente.
Alessia
Gentile