Rango
è un camaleonte che si crede un attore ed ha passato
tutta la sua vita come animale domestico in un terrario dalle
pareti in vetro, con la sola compagnia di una bambola senza
testa, una palma finta ed un pesce di plastica. A causa di
un incidente in auto viene smarrito dai suoi padroni e si
ritrova da solo nel deserto del Mojave, dove vaga fino all'ultimo
selvaggio avamposto del West: Dust/Polvere, una cittadina
composta da animali, la cui economia locale è sull’orlo
del collasso a causa della mancanza d’acqua. Per una
serie di vicissitudini, Rango viene scambiato per un infallibile
pistolero e diventa lo sceriffo della città, ritrovandosi
ad affrontare un mucchio di guai e scoprendo alla fine l’eroe
nascosto in sé.
Fin
dal titolo, “Rango” si rivela un affettuoso omaggio
all’epopea del vecchio West, con un occhio di riguardo
soprattutto per cinema di Sergio Leone e l’intero genere
degli Spaghetti Western, citando più volte il celebre
Uomo senza Nome della trilogia del dollaro, interpretato da
Clint Eastwood. L’eclettico Gore Verbinski (regista
della trilogia di “Pirati dei Caraibi”, ma anche
dell’horror “The Ring” o della commedia
esistenzialista “The Weather Man”), dirige
con energia e creatività un cartone come se fosse un
film vero e proprio, con personaggi in carne ed ossa, spostando
più in là i confini concettuali e di linguaggio
del cinema d’animazione: i toni narrativi sono adulti,
con una storia brillante che contiene gags e dettagli concettuali
insoliti per un cartone animato, sia per quanto riguarda i
carachters sia per l’ambientazione. Gli animali antropomorfi
di “Rango” non sono edulcorati né “carini”
(stile pellicole Disney) ma, citando un titolo con
il grande Nino Manfredi, sono brutti, sporchi e cattivi; a
parte la caratterizzazione iniziale del protagonista, che
fa storia a sé, i vari personaggi sono scafati e non
ingenui, imprecano e muoiono senza troppi complimenti, rendendo
la trama meno scontata sui contenuti e più concreta
e tagliente nel suo mix di tematiche e clichè del cinema
western. Da quest’ultimo punto di vista, il film sfrutta
–forse con troppa abbondanza- tutti gli elementi dell’iconografia
West: i ladri di banche, l’assalto alla diligenza, la
cavalcata tra le montagne rocciose, il duello sotto al sole,
il saloon malfamato, la camminata con gli speroni che tintinnano,
il deserto con mille insidie, il politicante corrotto, il
pistolero killer, la ranchera coraggiosa e la banda di Mariachi
messicani (civette canterine assolutamente esilaranti)
fanno bella mostra durante le fasi di una storia i cui spunti
comici sono garantiti da una forte contestualizzazione nel
background narrativo del cinema di frontiera. Peccato che
gli autori finiscano poi per calcare un po’ troppo la
mano nel giocare con i richiami cinematografici, provando
a decontestualizzare l’ambientazione del film con varie
citazioni meta-Hollywoodiane, tra inseguimenti su strada alla
“Mad Max” e voli tra i canaloni stile “Guerre
Stellari”, riprendendo la Cavalcata delle Valchirie
degli elicotteri in “Apocalypse Now” oppure gli
zombies de “L’Alba dei morti Viventi”, la
cui presenza nel film, seppur divertente, appare pretestuosa
ed un po’ ruffiana.
Sul
fronte tecnico il film vanta un’ottima animazione, fluida
e dettagliata, con un rendering digitale di personaggi e scenografie
vicino alla perfezione per realismo e minuzia dei particolari,
perfettamente godibile anche senza gli effetti in 3D.
Interessante ed originale la scelta del protagonista: realizzato
con una impostazione visiva non smussata e vicina alla realtà,
Rango è un camaleonte che non usa mai nel film la sua
capacità naturale di mimetizzarsi con l’ambiente;
la sua è invece una mimetizzazione a livello concettuale,
visto che, credendosi un attore, interpreta il ruolo che la
gente gli affida adattandosi alla situazione che ha di fronte
ed immedesimandosi nel proprio personaggio. Una duplice caratterizzazione,
insomma, che estremizza ed esplora i concetti di attore/camaleonte
e realtà/finzione: la maschera di eroe duro ed infallibile
cela una personalità candida ed insicura, senza macchia
e (con molta) paura, ma con quest’ultima che verrà
superata nella propria ricerca di sé stesso (in
una sequenza onirica dai toni horror inusuale per un cartone),
rivelando come la capacità di adattamento di Rango
nasconda anche un’inventiva che può compensare
la classica posizione di minoranza del solo contro tutti,
all’interno dell’altrettanto classica resa dei
conti finale, che appassiona il pubblico come un vero western.
Paolo
Pugliese