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81 anni suonati torna a raccontare l’America disincantata
e di provincia il maestro Robert Altman, un regista che ha
saputo mantenere nel tempo la sua indipendenza ed il suo senso
critico nei confronti del suo stesso paese con una coerenza
certo non comune. Anche con questo film, RADIO AMERICA, Altman
continua ad illustrare il declino dell’Impero americano
attraverso una storia incentrata su un glorioso programma
radiofonico (vero) che, in onda da oltre trent’anni,
diffonde nell’etere musica folk e country. Il programma,
“A Praire Home Companion”, che da anche il titolo
al film, è condotto dallo speaker Garrison Keillor
il quale –con una commistione tra realtà e fiction-
ha scritto per Altman la sceneggiatura del film recitando
pure il ruolo di sé stesso. Ci troviamo in Minnesota
ed il film si svolge tutto nell’arco dell’ultima
puntata radiofonica del programma poiché il teatro
sarà demolito il giorno dopo ad opera di una multinazionale
che lo ha comprato per costruire al suo posto un parcheggio.
Assistiamo quindi ad una sarabanda di esibizioni canore intervallate
da siparietti comici e spot pubblicitari (alcuni irresistibili)
che vanno in onda sul palco radiofonico dove si incrociano
vari artisti: da un duo di irriverenti cowboy canterini a
due sorelle cantanti che cedono il testimone alla loro giovane
ed inquieta rampolla, dal bravo presentatore all’anziano
singer dal destino segnato. Il programma prosegue mestamente
verso il suo ultimo finale e tutti fanno la loro parte ben
sapendo che qualcosa sarà finito per sempre ma, mentre
lo show va avanti, nel backstage si intrecciano ricordi, battute,
risate, rimpianti, nostalgia per i bei tempi andati con un
biondo angelo in impermeabile che si aggira tra i camerini,
testimone degli eventi.
Altman dirige un film nostalgico, lucido e pieno di humor
(anche se venato di un palpabile pessimismo), tornando all’ambientazione
di provincia folk del suo bellissimo “Nashville”
e citando a distanza di trent’anni –non sappiamo
quanto volutamente- il suo stesso cinema. Meno arrabbiato
e cinico rispetto ad allora ma più pacato ed ironico
nel mettere in scena gli eventi, Altman si destreggia con
rara grazia in un film corale e giocato su più piani
narrativi, dove conferma la sua grande capacità di
raccontare una storia attraverso il ritratto corale di un
gran numero di personaggi dei quali ne gestisce sapientemente
microcosmi, interrelazioni e conflitti che vengono sviscerati
ed usati come tessuto narrativo stesso della trama. Un film
bello, equilibrato, a tratti divertente ed a tratti struggente
che forse risulta un pò pesante alla fine a causa delle
tante canzoni presenti ma che vanta anche molte altre cose:
una regia attenta, una sceneggiatura brillante, una colonna
sonora molto bella e, non ultimo, un cast a dir poco eccezionale.
Meryl Steep (straordinaria) e Lily Tomlin (che non si vedeva
da tanto) sono bravissime e credibili nel ruolo delle sorelle
cantanti; simpatici Woody Harrelson e John C. Reilly nel ruolo
di due cowboy comici e sboccati, per non parlare di un Kevin
Kline esilarante come agente della sicurezza che si muove
come un personaggio anni ’40 dei romanzi noir di Chandler,
ma che dimostra di essere irrimediabilmente maldestro. Nel
cast ci sono poi un Tommy Lee Jones molto valido nel ruolo
di un odioso e cinico “tagliatore di teste”, un
Garrison Keillor incisivo e simpatico che interpreta se stesso,
una Virginia Madsen splendido angelo in trench da Bogart e
pettinatura da Femme Fatales, ed infine l’emergente
Lindsay Lohan che, a dispetto della giovane età, è
molto misurata nel ruolo della figlia di Meryl Streep.
Concludendo, Altman ci ha regalato un altro bel film che,
con una contaminazione di generi (commedia, musical, noir,
dramma) ed un tocco leggero, rappresenta sia un omaggio alla
“sua” America (quella del Midwest e della musica
Country) sia una grande ed ennesima lezione di cinema e stile.
Paolo
Pugliese