Nel
1972 fu stabilita una scala di misura per gli incontri con
gli extraterrestri. Il semplice avvistamento di un UFO è
chiamato incontro ravvicinato del 1° tipo, la raccolta
di elementi di prova è del 2° tipo, il contatto
diretto con gli extraterrestri è definito incontro
ravvicinato del 3° tipo. Il livello successivo, quello
del rapimento, è un incontro ravvicinato del 4°
tipo.
Su questa scala di rilevazione si basa questo film, tratto
–si dice- da una storia vera ed ambientato
in un paese in Alaska; protagonista la psicologa Abigail Tyler,
la quale avendo in cura alcuni pazienti affetti da vari disturbi
di natura nervosa (convulsioni, insonnia), comincia a registrare
le varie sedute, raccogliendo prove sempre più inquietanti
e mai classificate sui rapimenti alieni.
Ad
una naturale classificazione di film belli e brutti, oppure
riusciti e meno riusciti, è doveroso inserire anche
quella riguardante opere cinematografiche dalle intenzioni
oneste o disoneste. IL QUARTO TIPO appartiene a quest’ultima
categoria, una sorta di mockumentary (finto documentario)
poco onesto nei confronti dello spettatore che si propone
di fornire risposte su eventi inspiegabili, ma che invece
non ne dà alcuna né mantiene le promesse del
suo prologo, con Milla Jovovich che avverte il pubblico sulla
presenza di scene potenzialmente turbative. Niente di tutto
ciò avviene nel corso di questa sedicente ricostruzione
cinematografica di eventi realmente (?) accaduti, con presunti
filmati originali (ma noi sospettiamo che siano falsi),
montati secondo una logica narrativa che vorrebbe dare senso
e valenza scientifica all’operazione, sospesa inutilmente
tra generi come il thriller paranormale, il docu-fiction e
l’horror esoterico.
Il
piglio iniziale di documentario cinematografico si sfalda
ben presto in un’inutile sarabanda di scene atte a procurare
facili spaventi, con un tono narrativo lento e pedante contraddistinto
da un abuso sistematico di espedienti visivi per provocare
inquietudine. Si cerca di far tesoro della lezione cinematografica
de “Il Sesto Senso” o di “Signs” di
M.Night Shyamalan sulla realtà quotidiana che diventa
ostile e sinistra a causa di elementi anomali, ma il cinema
di Shyamalan è ben altra cosa rispetto a questo film
inclassificabile per genere, intenzioni e risultati, che finisce
per fallire clamorosamente su ogni suo proposito, anche quello
di provocare il benché minimo senso di inquietudine
negli spettatori.
Marco
Valerio