In
seguito ad una condanna poi depenalizzata, Cetto La Qualunque
torna in Italia dopo una lunga latitanza all'estero, portando
con lui una bella ragazza di colore ed una bambina delle quali
non riesce a ricordare il nome: la sua seconda famiglia. Al
ritorno in patria Cetto ritrova il fidato braccio destro Pino
e la famiglia di origine: la moglie Carmen e il figlio Melo.
I vecchi amici lo informano che le sue proprietà (tra
le quali un fatiscente villaggio turistico costruito su un
terreno pieno di reliquie archeologiche) sono minacciate da
un'inarrestabile ondata di legalità che sta invadendo
la loro cittadina. Le imminenti elezioni potrebbero avere
come esito la nomina a sindaco di Giovanni De Santis, un "pericoloso"
paladino dei diritti. Così, Cetto, dopo una lunga e
tormentata riflessione in compagnia di simpatiche ragazze,
non ha dubbi e decide di "salire in politica" per
difendere la sua città.
Doppiamente
una conferma. Da un lato di come i trailer possano ingannare,
dall'altro di come il divertimento concentrato in una serie
di sketch non sia più lo stesso se diluito in un film
di almeno un'ora e mezza. Qualunquemente gode di una campagna
di marketing degna dell'ultimo Zalone. O quasi. La pellicola
è stata anticipata da video promozionali densi e irresistibili,
sulla scia di un personaggio cresciuto nella culla della tv
fino alla conferma del web. Per poi approdare al cinema come
nella più rischiose delle scommesse. Finendo per perderla,
almeno in parte.
Antonio
Albanese è un mattatore, un satiro, un impenitente
dalla bocca ruvida ed efficace. Il suo Cetto La Qualunque
è la summa del peggio del peggio della nostra politica,
e forse anche per questo ha subito conquistato il grande pubblico.
Meritatamente. Il film non snatura il personaggio, ma lo spalma
fino a fargli perdere buona parte della sua incisività.
Le multisale non sono il palco di Fazio e Saviano, e nemmeno
la replica infinita di Youtube. Qualunquemente non ha il giusto
ritmo, e sembra che il meglio sia stato giocato subito in
un trailer dalla grande forza attrattiva. Perché si
ride, sì, ma c'è più cinismo che ironia.
Per questo Albanese si aggiunge alla massa dei grandi comici
che nel passaggio dal piccolo al grande schermo non riescono
a mantenere le premesse. E le promesse.
Gli
ultimi cinque minuti sono la tragicomica parodia dei giorni
nostri, e qui il colpo è tutt'altro che sbagliato.
Nello squallore di una piccola Calabria, il comico concentra
tutta la pochezza della grande Italia. Gli slogan del non-politico
sono praticamente le stesse di chi politico lo è davvero.
O almeno dovrebbe. Una critica senza troppi veli diretta al
berlusconismo in salsa padana. Il presunto sovvertimento delle
regola della democrazia quando Cetto crede che la polizia
sia venuta per lui, mentre il loro obiettivo è la sua
seconda moglie, sudamericana e clandestina. Fino alla promessa
del ponte sullo Stretto, specchio ridotto di una politica
infranta. E poi il Quirinale, dove la lobby oscura dei malavitosi
vorrebbe mandare Cetto, elisir di lunga vita di un crimine
sempre più legale.
Simone
Celli