Nel
cuore di una foresta incantata, lo stregone cattivo Gargamella
cerca di catturare il popolo blu dei Puffi, scoprendo l’ubicazione
nascosta del loro villaggio. Per fuggire da lui, alcuni Puffi
(Grande Puffo, Puffetta, Puffo Quattrocchi, Puffo Coraggioso,
Tontolone e Brontolone) si separano dagli altri ed attraversano
un portale magico, dal quale cadono nel bel mezzo di Central
Park, a New York. Alti solo tre mele o poco più, si
ritrovano proprio nella Grande Mela e devono sbrigarsi a tornare
a casa prima che Gargamella li rintracci, venendo aiutati
da una giovane coppia in procinto di diventare genitori.
Trasposizione
in live-action di un classico del fumetto belga, “I
Puffi” sono un prodotto tecnicamente non perfetto, ma
dignitoso, pensato comunque per un pubblico infantile o di
giovanissimi, i quali apprezzeranno sicuramente l’animazione
in grafica digitale dei buffi ometti blu, oltre all’apporto
degli effetti tridimensionali ed una storia semplice e veloce,
con una discreta quantità di gags. Da questo punto
di vista sostanziale, il film adempie al suo compito d’intrattenimento
per i più piccoli, ma agli occhi di gente adulta (nello
specifico, i genitori che li accompagnano in sala e che magari
da piccoli vedevano i Puffi in tv), questo film fa acqua da
tutte le parti, risultando addirittura insopportabile nel
suo stravolgere i personaggi creati dal grande autore Peio.
Al di là, infatti, di mantenere intatti gli elementi
maggiormente caratterizzanti dei personaggi (origini, canzoncina
e parlata “puffesca” comprese), quello che proprio
non va giù a chi ha amato questi personaggi è
la loro eccessiva americanizzazione nel film, che riflette
quell’ottica assolutista ed accentratrice tipica degli
USA e presente nel 99% della produzione Hollywoodiana. Dopo
infatti appena dieci minuti dall’inizio (peraltro gustosi),
ambientati nella foresta magica dei Puffi, la scena si sposta
radicalmente a New York incentrando l’attenzione solo
su uno sparuto gruppo di loro, selezionati secondo criteri
puramente funzionali alle gags.
Se
il film gioca bene con la stessa identità di personaggi
da cartoon dei Puffi, ironizzando sulla loro canzoncina e
citando relativo autore e volumi a fumetti, il resto lascia
molto a desiderare. La realizzazione digitale dei personaggi
non è fluida né naturale nei movimenti, mentre
la loro interazione con luoghi e personaggi veri è
artificiosa e poco realistica. Sorvolando poi sui toni immancabilmente
moralistici della trama, a riguardo dell’importanza
della famiglia (sia umana che “puffesca”), quello
che francamente urta di più è l’enorme
mole di pubblicità –neanche tanto occulta –
inserita ad ogni occasione ed inerente soprattutto i prodotti
Sony (proprietaria della Columbia Pictures che ha prodotto
la pellicola): dai dvd blue ray ai pop corn, dalla strizzata
d’occhio del merchandising legato ai Puffi nel negozio
di giocattoli, allo spottone sul videogioco con chitarra della
Playstation, continuando con una carrellata di altri prodotti
la cui invadenza nel film lascia basiti ed irritati, sia per
la grossolanità dell’operazione sia per scene
assolutamente strumentali che alterano l’identità
dei personaggi; un esempio di quanto detto è mostrarli
ostentando addirittura atteggiamenti da rappers.
Sorvolando infine sull’inutile ed enfatica interpretazione
degli amici umani dei Puffi, Neil Patrick Harris e Jayma Mays,
si promuove a pieni voti invece la performance di Hank Azaria
nel ruolo di un esilarante e maligno Gargamella, che strappa
più di un sorriso e simpatia da parte del pubblico.
Paolo
Pugliese