In
una Parigi oscura e settecentesca, dove ricercatezza ed eleganza
convivono con miseria e sporcizia, Jean Baptiste (Ben Whishaw)
è un sopravvissuto. La vita per lui è stata
fin dall’inizio particolarmente dura: partorito in un
mercato del pesce ed abbandonato subito dalla madre, allevato
in un luridissimo orfanotrofio e poi venduto adolescente al
proprietario di una conceria di pelli e cuoio, dove viene
trattato da schiavo, Jean Baptiste cresce sopravvivendo strenuamente
a fatiche ed afflizioni. Il destino lo ha però dotato
di un dono molto particolare: un olfatto finissimo grazie
al quale è in grado di percepire, distinguere e localizzare
qualsiasi tipo di odore, anche a forti distanze. La conoscenza
del mondo degli odori e della loro conservazione (per il piacere
di poterli assaporare continuamente) diventa quindi il suo
unico obbiettivo nella vita e ciò lo porta a lavorare
nel mondo dei profumi, riuscendo a diventare apprendista di
un rinomato profumiere (Dustin Hoffman). Caduto da tempo in
disgrazia, l’artigiano insegna i rudimenti del mestiere
a Jean Baptiste ed al tempo stesso vede risalire il proprio
prestigio grazie al genio del ragazzo nel miscelare le fragranze
ed inventare nuovi profumi di successo. Jean Baptiste impara
così l’arte dei 12 “accordi”, ovvero
gli ingredienti principali che, combinati, compongono l’essenza
di un profumo. Ma questo a lui non basta perché c’è
un leggendario tredicesimo elemento, inventato dagli egiziani
e perduto nel tempo, che ha il potere di rendere il profumo
un’esperienza praticamente estatica. Jean Baptiste crede
di individuare tale elemento nel particolare odore della pelle
femminile e, sperimentando il modo di trasformare e conservare
tali odori in estratti di essenza, non esita a diventare un
assassino uccidendo molte donne per arrivare al proprio scopo:
quello di creare il profumo perfetto, una fragranza totalmente
irresistibile.
Questa pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di successo,
si presenta come un’opera di difficile collocazione
di genere: la storia propone una ricostruzione storica precisa
ed accurata, eppure non è basata su fatti veri come
l’inizio del film pare suggerire, anzi, si destreggia
tra generi come il noir ed il melò drammatico fino
a sterzare quasi sul fantasy, in un finale che lascerà
il pubblico sorpreso ed interdetto.
PROFUMO è certamente un film complesso, frutto di un
rilevante impegno produttivo (per la ricchezza di scenografie,
costumi, ambientazioni ed il gran numero di comparse) e diretto
con mano ferma da Tom Tykwer, eclettico e sperimentale regista
di film come “Lola Corre” e “La Principessa
ed il Guerriero”. Tykwer illustra con dovizia di particolari
(ma mai in maniera morbosa) la controversa storia di un assassino
e della sua metodologia, con una narrazione neutra che non
prende una posizione, lasciando il giudizio finale allo spettatore.
La parte iniziale è girata in maniera volutamente caotica
e “cruda”, con delle sequenze che, grazie anche
ad un montaggio adrenalinico e saltellante, creano un senso
di disagio e repulsione nello spettatore, il quale viene “calato”
dalle immagini nel mondo durissimo e lurido in cui nasce e
cresce Jean Baptiste. Da questo punto di vista tali premesse
sono basilari perché permettono al regista di illustrare
senza moralismi o parole inutili la totale mancanza di modelli
morali di riferimento del protagonista, cresciuto con una
fredda logica non contaminata da scrupoli o rimorsi (se non,
forse, alla fine) per perpetuare i propri obiettivi. Le sequenze
riescono infatti a descrivere tra le righe l’interiorità
del personaggio senza ricorrere ad alcuna forzatura o macchinosità
per rendercelo simpatico, ma solo per illustrarci le motivazioni
(discutibili) delle sue azioni. Illuminante, infatti, la risposta
che fornisce sul motivo per cui uccide; poche, semplici e
fredde parole: “mi serviva”.
Il film ha i suoi momenti migliori soprattutto nella parte
centrale, con Jean Baptiste che coltiva le proprie capacità
delineando a poco a poco il suo disegno finale; i passaggi
di regia sono molto fluidi ed eleganti, anche se “inquinati”
da certi virtuosismi e preziosismi visivi.
Purtroppo il film ha una caduta vertiginosa nel finale, imputabile
quasi unicamente alla storia originale del libro, con un colpo
di scena (che non riveleremo) il quale da un lato ha il pregio
di essere assolutamente imprevedibile ed anche di “sublimare”
i disegni dell’assassino, ma che d’altro canto
pecca di esagerazione: la risoluzione del film, infatti, è
così eclatante da essere spiazzante, così irreale
da risultare francamente disturbante, tanto da rovinare l’intero
impianto narrativo del film. Infine il protagonista Ben Whishaw
è abbastanza inespressivo ed anonimo (e non sappiamo
quanto per esigenze di regia) da incarnare perfettamente un
personaggio svuotato di sentimenti che però viene messo
in secondo piano da Dustin Hoffman ed Alan Rickman (era l’esilarante
sceriffo di Nottingham in “Robin Hood-Principe dei Ladri”),
due splendidi professionisti che interpretano in maniera viva
ed impeccabile i loro (limitati) ruoli.
Paolo
Pugliese