Arthur
Bishop (Jason Statham) è un assassino professionista
al soldo di un consorzio di killer. Prossimo al ritiro, decide
di addestrare al mestiere Steve Mckenna (Ben Foster), il giovane
figlio di un suo vecchio amico che lui stesso aveva avuto
il compito di eliminare. Ma una volta imparati tutti i trucchi
del mestiere, portando al termine anche diversi incarichi
insieme al suo mentore, Steve scopre che Arthur è l’assassino
di suo padre e decide di eliminarlo a sua volta.
Remake
dell’omonimo film del 1972 “Professione Assassino”,
con Charles Bronson, questo film ne mantiene intatto l’incipit
principale della trama, ma non l’impianto narrativo
originale, che era più introspettivo e caratterizzato
da uno sviluppo progressivo del rapporto umano e professionale
tra i due carachters principali. Qui, invece, la narrazione
è più veloce, sintetica e superficiale, sia
per quanto riguarda l’approfondimento psicologico dei
personaggi che per le atmosfere del loro lavoro, ben più
patinate di quelle oscure e decadenti del film originale;
il protagonista Jason Statham (“Transporter”,
“I Mercenari”), mette come al solito il corpo
ma non l’anima al servizio della storia, non aggiungendo
nulla di più al personaggio rispetto alla caratterizzazione
sulla carta, estremamente striminzita e improntata su un mero
misantropismo. Statham è un attore contraddistinto
sul grande schermo da una forte fisicità, alla quale
però si contrappone una totale inespressività
facciale, perdendo il confronto a distanza con il compianto
Charles Bronson, che non era certo un interprete shakesperiano,
ma sicuramente ben più carismatico e ambiguo.
Migliore, invece, la performance del coprotagonista Ben Foster
(“Oltre le Regole”, “Pandorium”),
che dona al suo personaggio quella giusta dose di tormento
autodistruttivo e confusione esistenziale per renderlo credibile
nella storia e non gratuito; una caratterizzazione addirittura
migliore di quella del suo predecessore, ovvero il freddo
ed antipatico Jan-Michael Vincent, nel film del 1972.
Per
il resto, a parte qualche eccesso di credibilità (vedi
ad esempio l’irreale omicidio in piscina), il film mantiene
quello che promette, con diverse sequenze spettacolari ed
un buon ritmo narrativo grazie alla regia asciutta di Simon
West (“Con Air”, “Tomb Rider”), che,
pur seguendo le regole di tendenza del cinema d’azione,
non cede totalmente a quel formalismo visivo e forsennato,
tipico degli action Hollywoodiani da una quindicina di anni
a questa parte.
Questo nuovo “Professione Assassino”, quindi,
si distingue in maniera positiva dalle pellicole del suo genere,
anche se per qualità rimane lontano dal suo predecessore
che, con la sua andatura narrativa lenta e implacabile, aveva
quella classe che invece manca totalmente al suo remake, il
cui finale non è neanche definitivo, ma aperto a (probabili)
sequel.
Paolo
Pugliese